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SOMMARIO: – 1. Introduzione. – 2. Polizia dei cittadini o del governo? – 3. Classi pericolose, adunate sediziose. La militarizzazione del territorio. – 4. La macchina della paura: il ruolo dei media. – 5. Conclusioni.
- Introduzione
Il 28 febbraio 2024, la premier, Giorgia Meloni, commentando le aggressioni a freddo subite a Pisa da alcuni studenti medi, inermi, che manifestavano per la Palestina davanti al consolato USA, commentò che «criticare i poliziotti è pericoloso»[1]. La dichiarazione della presidente del consiglio venne letta in modo ristretto, ovvero in relazione alla cultura politica di un partito che, oltre a farsi vanto del proprio sostegno acritico alle forze dell’ordine, da queste trae una parte significativa dei suoi consensi elettorali. Si tratta di un’interpretazione corretta solo in parte, in quanto, a vedere i contesti nazionali e internazionali (si pensi all’ICE di Trump), si può, a buon diritto, inscrivere il pensiero della premier all’interno di dinamiche internazionali più ampie.
In questo contributo si proverà a sostenere che siamo di fronte a una trasformazione qualitativa dell’esercizio del potere di polizia. Se fino a qualche anno fa si delineava lo scenario caratterizzato dalla dicotomia tra inclusione ed esclusione[2], all’interno del quale allignavano le politiche di tolleranza zero[3], la cornice socio-politica attuale si connota per un approccio più radicale ai problemi dell’ordine pubblico. Finita l’illusione della terza via, si fanno spazio prospettive inquietanti, iniziate con la pandemia, proseguite con le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, all’interno di uno scenario economico sempre più disastrato.
Se fino a dieci-venti anni fa c’era l’illusione che la condizione individuale, secondo l’imprinting neoliberista, potesse migliorare a prezzo della competizione e dei sacrifici, oggi si punta esclusivamente a stabilizzare e a riprodurre lo status quo, evitando, se non addirittura stigmatizzando, ogni discorso imperniato sui diritti e sull’inclusione sociale. Si afferma un modello di società sempre più segmentata, gerarchizzata secondo il possesso di risorse materiali e relazionali, come la cittadinanza, la ricchezza, l’istruzione, l’orientamento sessuale e i comportamenti conformi alle rappresentazioni ufficiali. Un quadro immutabile, che si tenta di puntellare evocando identità collettive posticce, come quella nazionale.
Ogni tentativo di mettere in discussione questo ordine, viene considerato come una minaccia alle fondamenta della convivenza sociale, e represso a mezzo di un dispiegamento massiccio delle forze di polizia. Alle quali vengono riconosciute ampie prerogative, anche al di fuori delle libertà costituzionalmente riconosciute e garantite. Definiamo questa impostazione come repressione preventiva, ovvero la messa in atto di politiche per l’ordine pubblico finalizzate a reprimere le soggettività che mettono in discussione l’ordine neo-liberale preoccupandosi di una loro diffusione all’interno della società. La repressione preventiva, come si proverà a vedere, si articola su tre piani: l’aumento dei poteri delle forze di polizia attraverso la preponderanza dell’esecutivo, la militarizzazione del territorio, la criminalizzazione del dissenso a partire dalla costruzione e dalla messa in circolazione di rappresentazioni fondate sulla contrapposizione bellica.
Si vedrà come questa logica, inaugurata a Genova nel 2001, si è ampliata e mantenuta fino al contesto attuale. Si concluderà riaffermando il valore delle libertà civili e politiche, nonché l’importanza del conflitto sociale per la crescita di ogni società. Sostenendo la necessità di democratizzare ulteriormente le forze di polizia e valutando criticamente gli approcci abolizionisti.
- Polizia dei cittadini o del governo?
La prima forza di polizia moderna viene istituita in Inghilterra, nel 1829, dall’allora primo ministro, Robert Peel[4]. Da questo deriva il soprannome di bobbies applicato ai poliziotti inglesi. La decisione nasce in conseguenza della necessità di istituire un corpo capace di mediare tra lo Stato e i cittadini, gestendo i conflitti tipici della società industriale attraverso la messa in atto di interventi che, se da un lato dovrebbero tutelare l’incolumità dei singoli, dall’altro lato dovrebbero essere meno invasivi rispetto a quelli messi in atto dall’esercito. L’obiettivo era quello di istituire un apparato con funzioni preventive, che, se da un lato scoraggiava la messa in atto di comportamenti che vanno in senso opposto a quelli che regolano la convivenza civile, dall’altro lato attenuava l’impatto invasivo dello Stato nella società e rassicurava i cittadini rispetto alla propria incolumità.
In realtà, fin dall’inizio, l’azione di polizia è tutt’altro che neutra. L’idea di ordine pubblico che viene implementata è calibrata su misura delle cosiddette “classi laboriose”, ovvero i gruppi sociali integrati nel sistema produttivo capitalistico[5], laddove le masse inurbate, che vivono di lavori precari o dequalificati, rappresentano il pericolo da cui la società ufficiale deve guardarsi. Reddito, stili di vita, origine etnica, opinioni politiche, vengono declinati secondo un modello uniforme, da inglobare nella cornice produttivista che contraddistingue la società industriale. Seguendo lo schema proposto da Michel Foucault[6], il ruolo della polizia, all’interno di queste dinamiche, si rivela particolarmente attivo dal punto di vista della biopolitica, ovvero di un progetto politico mirato a plasmare soggettività individuale e collettiva da canalizzare all’interno di una cornice sociale rivolta prevalentemente alla produzione e al consumo.
Il modello foucaultiano, in particolare, costituisce uno strumento di lettura per la polizia continentale, ovvero quella sviluppatasi in Europa a partire da Napoleone III, e poi riprodotta, in particolare, in Italia e in Germania. Siamo davanti a una polizia che pretende di avere finalità etiche, ovvero di incarnare i valori a fondamento della vita associata, che trovano nello Stato il loro compimento politico. L’ordine pubblico, in questa concezione, ha a che fare anche con il buoncostume o con le cosiddette adunate sediziose, ovvero gli assembramenti di masse che potrebbero evolversi in aggregazioni di tipo politico. Lo Stato si incarica di farlo rispettare attraverso le proprie articolazioni periferiche, ovvero i prefetti sul piano politico, i questori dal punto di vista operativo.
Nel caso italiano, il modello continentale di polizia, raggiunse l’apoteosi sotto il regime fascista, sia sul piano del cosiddetto “Stato etico”, sia sotto il profilo dell’introduzione di reati come quello di adunata sediziosa, finalizzata a reprimere gli assembramenti pubblici. Le forze di polizia finivano per diventare un’articolazione del regime fascista, inaugurando un’impostazione che sarebbe durata fino al primo ventennio della Repubblica, con l’impianto della legislazione penale rimasta immutata e i quadri dirigenti sopravvissuti alla caduta del regime[7]. Tuttavia, grazie alla spinta innovativa dei movimenti sociali, intercettata da alcune forze politiche dell’arco costituzionale, sostenuta dalle lotte interne alle forze di polizia, si giunse, nel 1981, alla smilitarizzazione della Polizia di Stato. Un provvedimento corroborato da altre riforme, come quelle del sistema penitenziario (1975, 1986) e quella del nuovo codice di procedura penale (1988).
Riforme che, oltre a riflettere le trasformazioni sociali del dopoguerra, scommettono su di una società più matura, consapevole, in grado di risolvere le proprie contraddizioni interne ricorrendo solo in minima parte al potere coercitivo. Soprattutto, che ritiene di potersi servire degli strumenti di negoziazione, articolazioni di una struttura istituzionale democratica, che quindi può fare a meno di definizioni etiche veicolate dall’alto. E’ in questo solco che si colloca l’istituzione del CPOSP, il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, istituito nel 1981, con lo scopo di promuovere e applicare una gestione collegiale e negoziata delle questioni inerenti l’ordine pubblico, attraverso il coinvolgimento dei responsabili delle polizie locali e degli organi elettivi a fianco del prefetto. Misure che tengono conto sia della complessità che della specificità locale, riconoscendo la legittimità da parte delle istanze sociali a incidere sul governo del territorio.
Sin dall’insediamento del governo Meloni, abbiamo assistito a uno svuotamento progressivo di questo approccio, in favore di una politica che potremmo definire come neo-napoleonica, dal momento che fa leva sui poteri del prefetto come articolazione dell’esecutivo in periferia, quindi dotato di un ruolo preponderante, che gli consente di aggirare le mediazioni, le istanze locali, e di mettere in pratica le scelte governative di chiudere ogni spazio di mediazione.
La messa in pratica di questa impostazione, si è registrata in occasione degli sgomberi degli storici centri sociali Leoncavallo (a Milano) e Askatasuna (a Torino)[8]. Malgrado i due spazi alternativi fossero integrati da oltre trent’anni nel tessuto urbano, e vantassero anche convenzioni con le amministrazioni comunali nell’ambito di produzioni culturali e attività di supporto sociale, si è scelto di ignorare questo sfondo storico-sociale e trattare la questione sotto il profilo dell’ordine pubblico. Si tratta di una scelta che segue, a distanza di venticinque anni, quanto accadde a Genova nel corso del G8[9], quando si decise di interdire l’accesso a vaste porzioni del centro storico genovese a centinaia di migliaia di manifestanti e di scegliere la strada della contrapposizione frontale. Scelte da cui scaturirono la morte di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. Un aspetto che introduce la sezione successiva di questo lavoro, relativa alla militarizzazione del territorio.
- Classi pericolose, adunate sediziose. La militarizzazione del territorio
Nell’ultimo biennio, le manifestazioni di piazza per la Palestina, hanno registrato una mobilitazione diffusa, che, in molti casi, attraverso il sostegno alla causa palestinese, esprime il dissenso per le politiche penali e sociali condotte dall’esecutivo in carica. In altre parole, ci troviamo di fronte ad una protesta sociale e politica diffusa, che si aggancia a quella per l’ambiente e per i diritti dei migranti, con gli LGBTQIA+ sullo sfondo. Un movimento plurale, articolato, che, se da un lato reagisce all’atteggiamento repressivo del governo in carica, dall’altro lato ne stimola la produzione di provvedimenti repressivi, volti a scongiurare una ripresa della dialettica democratica attraverso la mobilitazione diffusa. I cosiddetti “Pacchetti sicurezza”, approvati dal governo Meloni con cadenza regolare, esemplificano la strategia della repressione preventiva, nella misura in cui cercano di colpire le aggregazioni direttamente e indirettamente politiche, intervenendo sulle aggregazioni spontanee, sull’occupazione del territorio, sulle manifestazioni, sui poteri della polizia. Col tema della sicurezza urbana utilizzato surrettiziamente con lo scopo di intervenire su potenziali focolai di dissenso.
La militarizzazione del territorio si articola su tre livelli: simbolico, legislativo-amministrativo, ampliamento dei poteri della polizia. Il primo aspetto, che verrà ripreso nella sessione successiva, è stato tangibile e visibile nei mesi precedenti. Le manifestazioni pubbliche, da sempre parte integrante della vita democratica di questo paese, sono state ridotte a minaccia potenziale ed effettivo per l’ordine pubblico. Le forze dell’ordine presidiano le stazioni, gli aeroporti, le strade, dispiegando una tenuta anti-sommossa che finisce per creare pressione sui manifestanti e accentuare il clima di tensione, già esacerbato dal rifiuto da parte delle autorità di mediare coi dimostranti per concordare l’andamento del corteo, come avveniva fino a poco tempo fa.
Dall’altro lato, c’è da aggiungere che il deperimento di strutture organizzate e coordinamenti è scaturito nella polverizzazione dei movimenti sociali, non sempre in grado di proporre interlocutori certi. Si crea una situazione di panico morale[10] che crea le condizioni favorevoli per il verificarsi di un evento critico che giustifichi la messa in atto di ulteriori strette repressive. Per fortuna, la situazione non è ancora degenerata, anche se l’esacerbarsi dei conflitti e il deteriorarsi dei canali e delle forme comunicative, potrebbe comportare presto un deterioramento della situazione.
Tuttavia, la militarizzazione del territorio sarebbe inefficace senza il sostegno di un robusto apparato legislativo improntato alla repressione. Sin dai primi giorni del suo insediamento, col varo della cosiddetta “legge anti-rave” (l. 30 dicembre 2022, n. 199), il governo Meloni ha puntato a criminalizzare, in nome dell’incolumità pubblica, le aggregazioni spontanee. Il numero iniziale di 20 persone è stato in seguito elevato a 50. In ogni caso, immaginare una soglia minima di pericolosità di un gruppo di persone, evoca l’adunata sediziosa la cui applicazione da anni viene disattesa.
Il decreto anti-rave si aggancia all’istituzione delle cosiddette zone rosse[11] nella direttiva del Ministero dell’Interno del 17 dicembre 2024, Prot. N.0105092, che completa il cerchio della repressione politica indiretta. La definizione di zone rosse è mutuata dal G8 di Genova, quando, per la prima volta, vennero istituite limitazioni e divieti all’interno del centro del capoluogo ligure. La perimetrazione della città in zone dove l’accesso è regolamentato secondo la discrezionalità delle forze dell’ordine, che selezionano le persone giudicate minacce potenziali o effettive all’ordine pubblico, nonché potenziali portatori di precedenti penali, mira a scongiurare l’interazione, la contaminazione, la condivisione. La possibilità che gruppi di persone si aggreghino spontaneamente, senza la mediazione di eventi glamour o di ragioni associate al consumo di massa, e trasformino la condivisione dello spazio in un agire collettivo, costituisce una minaccia per chi richiede un agire sociale regolato, routinario, controllabile, a misura del consumo e della funzionalità. Le forze di polizia, in questo progetto neo-autoritario impregnato di contenuti neo-liberali, rappresenta una componente essenziale, sia nella scrematura delle persone ritenute adeguate a partecipare alla festa del consumo globale, sia quando interviene per reprimere eventuali manifestazioni di eccentricità che si possono produrre nello spazio urbano. La distruzione dello spazio pubblico, ovvero della città come spazio condiviso, come analizzato da Mike Davis[12], può essere portata avanti solo attraverso il filtro preventivo delle forze di polizia, pubbliche o private che siano.
La repressione politica diretta si dispiega attraverso il varo di provvedimenti che consento il fermo preventivo di persone giudicate sovversive prima delle manifestazione, la criminalizzazione della resistenza passiva, la punizione dei blocchi stradali e delle manifestazioni attraverso sanzioni amministrative o provvedimenti penali. Misure smaccatamente repressive, che trovano il loro correlativo nell’aumento dei poteri delle forze di polizia. Il cosiddetto scudo penale, che protegge le forze dell’ordine dagli abusi commessi nell’esercizio delle loro funzioni, la possibilità di utilizzare le armi di loro proprietà fuori servizio, rappresentano la concretizzazione della convinzione del primo ministro, oltre che un tentativo di abolire, surrettiziamente, la legislazione sulla tortura, faticosamente introdotta nel 2017.
Siamo di fronte a un mutamento epocale. La polizia cessa di essere l’apparato deputato al rispetto delle leggi, quindi, in uno Stato di diritto, della tutela delle libertà civile. Per trasformarsi nello strumento attraverso il quale si attuano le politiche governative, improntate al controllo delle classi pericolose e alla repressione del dissenso. Cessando di essere un organo imparziale per diventare il terminale di una politica improntata alla repressione. Un mutamento pericoloso, in quanto crea zone d’ombra che, garantendo impunità, rischiano per finire di favorire la moltiplicazione di comportamenti abusivi che, danneggiando i cittadini, alienano la fiducia verso le istituzioni, e coltivano il risentimento. Una trasformazione degenerativa e degenerante, che necessita di consenso, per il quale si ricorre all’apparato mediatico.
- La macchina della paura: il ruolo dei media
Jock Young[13] sottolinea la centralità dell’apparato mediatico nella costruzione dell’opinione pubblica. Verso il basso, una società sempre più individualizzata, frammentata, trova nel calderone dei social, dei giornali, del web, gli strumenti e i riferimenti per costruire identità posticce, a misura del consumo. Verso l’alto, la produzione e circolazione di contenuti mediatici a misura del grande pubblico, che si introducono nel vuoto di senso prodotto dalla crisi delle organizzazioni di massa e dal deperimento della vita associata a livello informale. La messa in scena della paura[14] si regge sulla costruzione di un nemico, individuato tra le categorie marginali e proposto come minaccia alla convivenza civile, nonché come concorrente sleale nella corsa verso l’integrazione nella società dei consumi[15].
Nel contesto italiano, il recente panico morale costruito attorno alla devianza minorile, rappresenta un caso emblematico. A partire dalla serie televisiva Mare Fuori, andata in onda durante la pandemia di COVID 19, si è costruita un’attenzione ipertrofica nei confronti della devianza minorile, culminata nel varo del cosiddetto “decreto Caivano” (settembre 2023), che ha minato alle fondamenta il funzionamento della giustizia minorile italiana, innescando un processo di deterioramento che ha trovato, nel recente d.d.l. “sicurezza”, detto anti-maranza, un’ulteriore conferma.
Uno scenario analogo si delinea quando si tratta di rappresentare gli attivisti politici, dove la fanno da padroni rappresentazioni che dipingono questa categoria sociale come composta da fanatici, violenti, sfaticati, intolleranti. Anche in questo caso, si riproduce il suono dello spartito che venne utilizzato durante il G8 di Genova, quando la strategia e le pratiche repressive vennero messe in ombra dalla violenza dei black block, in realtà isolate dal resto del movimento. Processi analoghi si riproducono, a 25 anni di distanza, quando si tratta di rapportarsi con le manifestazioni propal o con i manifestanti del centro sociale Askatasuna, le dinamiche si riproducono identiche: alterizzazione dei dimostranti in senso negativo, enfatizzazione degli episodi, marginali, di violenza e disordine, in funzione della marginalizzazione e della criminalizzazione del dissenso. A mezzo di misure di polizia più energiche, legittimate da provvedimenti legislativi repressivi.
La rappresentazione mediatica dei manifestanti, combinata alla scelta di non cercare alcuna mediazione, sortisce l’effetto di creare un’amplificazione della devianza[16] che alimenta la distanza e la diffidenza tra forze dell’ordine da un lato e dimostranti dall’altra, creando le condizioni per l’esacerbarsi del conflitto, magari in una direzione più violenta, che giustifica misure repressive tanto spettacolari quanto inefficaci, ma proporzionali alla potenziale spettacolarità dei violenti. Innescando un meccanismo che può creare spettacolo a beneficio dell’industria mediatica e degli spettatori. Ma non è uno show che fa bene alla democrazia. Anche perché, certi nastri non si possono riavvolgere, in quanto costituiscono realtà, e rischiano di lasciare segni indelebili. Si tratta di problemi da porsi con urgenza, in quanto in gioco, oltre alla convivenza civile, c’è anche il futuro democratico del nostro paese.
- Conclusioni
Il titolo di questo contributo allude ad una polizia ibrida. Nello svolgimento della discussione si è provato a svilupparne le ragioni. L’ibridazione dell’operato delle forze di polizia è riconducibile a tre specifiche variabili: lo sconfinamento della politica nell’abito dell’imparzialità delle forze dell’ordine. La militarizzazione del territorio, in nome di una guerra alle cosiddette inciviltà urbane, che ormai assumono una valenza, sia direttamente che indirettamente, di tipo politico. Il costante varo di decreti sicurezza, sempre più restrittivi delle libertà civili e politiche, ne è la riprova. Infine, il terzo livello, riguarda l’agire in simmetria con i prodotti mediatici, che comporta l’adeguamento alla macchina della paura, in parallelo con la messa in atto di modalità di agire spettacolari, dalle retate alla repressione violenta dei dimostranti.
Si tratta di una tendenza pericolosa, in quanto fa vacillare l’imparzialità della polizia, oltre che il mandato di fare rispettare la legge, vale a dire le prerogative dello Stato di diritto. In Italia, l’imprinting etico che deriva dall’adozione del modello continentale, sta facilitando questo processo, vanificando i tentativi di riforma portati avanti tra gli anni sessanta e ottanta del Novecento, che provarono a democratizzare la polizia sia rispetto ai suoi assetti interni sia rispetto ai rapporti col pubblico. Una società priva di progettualità, in preda alla paura di minacce esterne, potenziali o effettive, nonché esausta all’interno sul piano socio-economico, chiede alla repressione di proteggerla dai propri fantasmi, senza acquisire la consapevolezza che innescare la paura ed esorcizzarla a mezzo della repressione, oltre a non risolvere i problemi, rischia di acuire malesseri e risentimenti diffusi, e di sfociare in conflitti ancora più acuti.
Per queste ragioni si rende necessario fare qualche passo indietro. Che, partendo dai presupposti che le forze di polizia debbono essere imparziali e orientate al rispetto dello Stato di diritto, produca l’abolizione delle legislazioni di emergenza e dei decreti sicurezza, in parallelo con l’istituzione di organismi indipendenti che tutelino i cittadini dagli eventuali abusi delle forze dell’ordine. Oltre a nuove regole, come i numeri di matricola obbligatori, che consentano di rendere trasparente l’operato delle forze dell’ordine. E’ una strada impervia. Ma necessaria.
Bibliografia
- Aa.Vv., Questo libro è illegale, Altreconomia, Roma, 2025.
- Canosa, Storia della polizia in Italia, Feltrinelli, Milano, 1976.
- Chevallier, Classi Laboriose e Classi Pericolose, Bruno Mondadori, Milano, 1977.
- Cohen, Folkdevils and moral panic, London, Sage, 1971.
- Davis, La città al quarzo. Indagine sul futuro a Los Angeles, Manifestolibri, Roma, 1992.
- De Giorgi, Parola d’ordine: tolleranza zero, Deriveapprodi, Roma, 2000.
- De Gregorio, Non lavate questo sangue, Mondadori, Milano, 2002.
- Foucault, Sicurezza, Territorio, Popolazione, Feltrinelli, Milano, 2007.
- Maneri, F. Quassoli (a cura di), Un attentato quasi terroristico, Carocci, Roma, 2021.
- Reiner, The Politics of Police, London, Routledge, 1985.
- Simon, Il governo della paura, Il Saggiatore, Milano, 2007.
- Young, The Exclusive Society, London, Sage, 2007.
Sitografia
- https://www.corriere.it/politica/24_febbraio_28/meloni-non-abbiamo-vietato-manifestazioni-la-palestina-ddb1c488-d675-11ee-a778-923fd35bfe17.shtml
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/22/sgomberi-centri-sociali-askatasuna-leoncavallo-notizie/8235804/
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[1] https://www.corriere.it/politica/24_febbraio_28/meloni-non-abbiamo-vietato-manifestazioni-la-palestina-ddb1c488-d675-11ee-a778-923fd35bfe17.shtml
[2] J. Young, The Exclusive Society, London, Sage, 2008.
[3] A. De Giorgi, Parola d’ordine: tolleranza zero, Deriveapprodi, Roma, 2000.
[4] R. Reiner, The Politics of Police, London, Routledge, 1985.
[5] L. Chevallier, Classi Laboriose e Classi Pericolose, Bruno Mondadori, Milano, 1977.
[6] M. Foucault, Sicurezza, Territorio, Popolazione, Feltrinelli, Milano, 2007.
[7] R. Canosa, Storia della polizia in Italia, Feltrinelli, Milano, 1976.
[8] https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/22/sgomberi-centri-sociali-askatasuna-leoncavallo-notizie/8235804/
[9] C. De Gregorio, Non lavate questo sangue, Mondadori, Milano, 2002.
[10] S. Cohen, Folkdevils and moral panic, London, Sage, 1971.
[11] Aa.Vv., Questo libro è illegale, Altreconomia, Roma, 2025.
[12] M. Davis, La città al quarzo. Indagine sul futuro a Los Angeles, Manifestolibri, Roma, 1992.
[13] J. Young, The Exclusive Society, cit.
[14] J. Simon, Il governo della paura, Il Saggiatore, Milano, 2007.
[15] M. Maneri, F. Quassoli (a cura di), Un attentato quasi terroristico, Carocci, Roma, 2021.
[16] S. Cohen, Folk devils and moral panic, cit.






