Per come pensa e scrive Vittorio Emanuele Parsi – ordinario di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, Accademico dei Lincei ed uno tra i più autorevoli politologi del nostro tempo – mi ricorda una definizione di cui mi aveva messo a parte Giulio Andreotti (anche se nello specifico riferita ad uno statista del 900): «Usa più spesso e volentieri i sostantivi che gli aggettivi». Significativamente un complimento perché Parsi esprime la rara capacità di andare al cuore dei temi che affronta e sui quali si misura con competenza e conoscenza indiscusse. Era stato così per Titanic – Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale, e si conferma tale con altrettanta e forse più penetrante e mirata lucidità in questo libro Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale edito nella collana Saggi Bompiani.

Quantomeno la consapevolezza di stringere i tempi per decollare con una presenza unita, forte, coesa dell’Europa è speculare al tambureggiante, imprevedibile incedere della politica estera di Trump in materia di alleanze e di difese strategiche comuni alle democrazie occidentali.

Se nella precedente riflessione Parsi considerava i pericoli di una lenta agonia dell’ordine liberale e del pensiero occidentale, pena l’inabissamento nell’irrilevanza geopolitica, in questo nuovo e recentissimo saggio affronta senza tante reticenze e con piglio argomentativo l’emergenza di un fatto nuovo nello scenario internazionale, al quale nessuno aveva mai pensato dopo la fine della seconda guerra mondiale: il disimpegno americano rispetto agli schemi consolidati di alleanza atlantica, di presenza e valorizzazione all’interno degli organismi internazionali (a cominciare dall’ONU e fino alla stessa NATO), la rottura di un equilibrio geopolitico basato sull’ordine liberale che da sempre e gloriosamente gli USA hanno storicamente fondato e realizzato.

Ne consegue che pace e democrazie (secondo la tradizione occidentale) possono essere rovinosamente compromesse da un atteggiamento che da storicamente amichevole si è reso ostile, in nome di un isolazionismo americano sul quale si pensa di riposizionare i destini di quel continente e di ridefinire bruscamente le relazioni internazionali, spesso con prese di posizioni inusitate e disarmanti, come il lento squagliarsi dal sostegno militare all’Ucraina aggredita, (perché il problema della difesa dei confini europei è “faccenda nostra”), dalla minaccia di far rientrare negli USA le presenze dell’esercito nei Paesi dell’U.E. smantellando le basi militari, ai ripetuti proclami di annessione di Canada e Groenlandia, per non parlare di ciò che è accaduto in Venezuela, sta accadendo in Medio Oriente e potrebbe accadere a Cuba, senza dimenticare l’altalenante politica di imposizione dei dazi con stizziti saliscendi dovuti più all’irascibilità del momento, come scelta ritorsiva, che a sostenibili ragioni economiche nello stesso interesse degli USA.

Attingendo alla potente metafora del “modello di Schweller” le pagine di questo libro ci raccontano come la superpotenza americana abbia abbandonato il ruolo del leone che veglia sulla foresta per tornare a vestire quello di lupo affamato in un mondo popolato di altri lupi e di sciacalli pronti a seguirli. Pensando proprio all’Europa e alle presenze fagocitanti di Russia e Cina a livello planetario si potrebbe anzi affermare che l’America ha di fatto consegnato le pecore al lupo.

La stessa immagine scelta sulla copertina del libro – la testa in frantumi della Statua della libertà (la denominazione completa è “La Statua – Statua della Libertà che illumina il mondo”) dono della Francia nel 1886 per celebrare il centenario della Dichiarazione di indipendenza americana e come simbolo di amicizia tra i due Paesi, situata al centro della baia di Manhattan sul fiume Hudson – dimostra metaforicamente come la stessa si sia simbolicamente girata dall’altra parte, in nome delle teorie MAGA e dell’America first.

Il nuovo (dis)ordine mondiale si configura così come un sistema instabile e frammentato, dove il ritorno all’uso della forza appare sempre più frequente. La minaccia nucleare, che si credeva relegata agli anni più bui della Guerra Fredda, torna a essere evocata. Le crisi regionali rischiano di trasformarsi rapidamente in conflitti su scala più ampia, mentre gli equilibri internazionali si fanno sempre più precari. Lo scompaginamento più incisivo nella geopolitica mondiale lo sta realizzando proprio Trump, sovvertendo l’ordine che da Yalta ai giorni nostri ha retto, nonostante la guerra fredda: l’Europa – in realtà ancor oggi debole militarmente e incapace di uno slancio vitale (come raccomandato ad esempio più volte dall’ex Presidente BCE Mario Draghi a cominciare dal suo corposo documento strategico (400 pagine) presentato il 9 settembre 2024 alla Commissione Europea, che delinea il futuro della competitività UE per evitare la stagnazione economica e l’irrilevanza internazionale invocando riforme radicali tendenti a colmare il gap di innovazione con USA/Cina, decarbonizzare l’economia e ridurre le dipendenze esterne attraverso una comune difesa strategica e militare) – non ha ancora elaborato una linea politica forte, chiara e condivisa, vivendo piuttosto di un passatismo nostalgico ma effimero.

Forse le ragioni di alcune difficoltà risiedono nell’allargamento dell’U.E. a 27 Stati membri: significativamente lo aveva sottolineato Sylvie Goudard nel suo saggio Grande da morire.

Eppure la via per uscire dall’impasse che sta attanagliando il mondo passa principalmente e ancora una volta nella Storia dal Vecchio continente.

È qui che Parsi sviluppa il nucleo più originale e provocatorio del suo ragionamento: non una nostalgia dell’ordine perduto, non un lamento per l’America che fu, bensì una sfida rivolta direttamente all’Europa perché smetta di contemplare il proprio declino come un destino ineluttabile. La sovranità, argomenta con rigore, non si delega né si esternalizza: si costruisce, si difende, si aggiorna. E un continente che ha generato la democrazia moderna, il diritto internazionale, la stessa idea di pace come progetto politico – e non soltanto come assenza di guerra – non può permettersi di abdicare proprio nel momento in cui queste conquiste vengono messe sotto scacco da chi le aveva storicamente sostenute.

La categoria degli “imperi” cui allude il titolo non va intesa in senso meramente geografico o militare. Parsi la usa con precisione analitica per indicare quei soggetti – statali ma anche corporativi e tecnologici – che operano secondo una logica di dominio piuttosto che di cooperazione, che misurano il potere in termini di esclusione anziché di inclusione, che trattano le regole internazionali come strumenti di convenienza da adottare o scartare a seconda dell’interesse del momento. In questo senso, l’impero non è una forma di governo del passato: è una tentazione permanente della politica, e la sua versione contemporanea si manifesta tanto nella spregiudicatezza di Mosca e Pechino quanto nella nuova brutalità transazionale di Washington.

Di fronte a questa triplice pressione, l’Europa appare nel libro di Parsi come un soggetto ancora incompiuto ma non irrecuperabile: una potenza normativa che stenta a diventare potenza tout court, frenata da egoismi nazionali, da una cultura strategica che ha storicamente delegato la difesa agli americani, e da un’integrazione politica che avanza a geometria variabile. Parsi non risparmia la critica, ma non cede al pessimismo. Individua nella crisi stessa – nella brutalità dell’aggressione russa all’Ucraina, nella freddezza raggelante del disimpegno americano, nella competizione tecnologica con la Cina – il possibile detonatore di una maturità politica che l’Europa ha finora rimandato. Le emergenze, nella storia, hanno spesso accelerato ciò che la prudenza burocratica ritardava.

Le condizioni oggettive perché questo salto avvenga esistono, e sono più solide di quanto il catastrofismo corrente lasci supporre. L’Unione Europea resta la prima potenza commerciale del pianeta, il più grande mercato interno del mondo, il principale donatore di aiuti allo sviluppo internazionale. Dispone di un’agenda normativa e regolatoria – dal GDPR 679/2016 alla tassonomia verde, dal Digital Markets Act alla normativa sull’intelligenza artificiale – che ha già dimostrato una capacità di proiezione globale invidiabile: le grandi piattaforme tecnologiche americane e i colossi industriali cinesi si adeguano agli standard europei non per convinzione ma perché il mercato unico è semplicemente troppo grande per essere ignorato. È quello che gli studiosi chiamano l'”effetto Bruxelles”, e rappresenta una forma concreta, già operante, di soft power strutturale.

Sul fronte della difesa, i segnali di discontinuità rispetto al passato sono per la prima volta sostanziali. Il ReArm Europe Plan, varato dalla Commissione nel 2025, ha stanziato risorse senza precedenti per il riarmo coordinato degli Stati membri, aprendo la strada a una politica di sicurezza comune che fino a pochi anni fa sembrava un’utopia federalista. La proposta di emettere eurobond per finanziare la difesa collettiva – impensabile nel decennio scorso – è oggi sul tavolo di negoziazione.

Paesi storicamente neutrali come la Finlandia e la Svezia sono entrati nella NATO, ricalibrando l’equilibrio interno all’alleanza atlantica e rafforzando indirettamente anche il pilastro europeo della sicurezza. La Germania, con la storica inversione di rotta impressa dal cancelliere Scholz già nel febbraio 2022 con la Zeitenwende – la svolta epocale nella politica di difesa tedesca – ha abbandonato decenni di pacifismo costituzionale, tornando a investire massicciamente nelle proprie forze armate e assumendo un ruolo di leadership continentale che Berlino aveva a lungo evitato per ovvie ragioni storiche.

Sul terreno dell’autonomia strategica, il percorso è più accidentato ma non privo di direzione.

La dolorosa dipendenza energetica dalla Russia, esplosa drammaticamente con l’invasione dell’Ucraina, ha impresso un’accelerazione straordinaria alla diversificazione delle fonti e alla transizione verso le rinnovabili: l’Europa, costretta dalla necessità, ha compiuto in tre anni progressi che la prudenza politica non avrebbe mai consentito in dieci. Analogamente, la dipendenza tecnologica dalla Cina per le terre rare e i semiconduttori ha generato una risposta industriale – il Critical Raw Materials Act, il Chips Act europeo – che comincia a strutturare filiere produttive alternative. Non è ancora autonomia, ma è la consapevolezza che l’autonomia è una necessità strategica, non un’aspirazione retorica.

Resta il nodo più complesso: quello della voce politica unitaria. Finché il Consiglio Europeo delibera in materia di politica estera all’unanimità, ogni singolo Stato membro conserva di fatto un diritto di veto che può paralizzare la risposta collettiva nei momenti più critici. Parsi riconosce che superare questa soglia richiede una volontà politica che ancora difetta, ma segnala come proprio le crisi degli ultimi anni – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dallo shock energetico alle tensioni sui dazi – abbiano progressivamente eroso la retorica della sovranità nazionale come scudo sufficiente.

Lo stesso esito delle elezioni politiche in Ungheria con l’estromissione di Orban preludono a scelte condivise senza la minaccia sistematica del diritto di veto, per compiacere Putin.

Nessuno Stato europeo, nemmeno il più grande, possiede da solo la massa critica per negoziare alla pari con Washington, Pechino o Mosca. La geometria del potere nel XXI secolo premia la scala, e la scala europea esiste già: manca ancora la determinazione politica di usarla pienamente.

È in questo spazio – tra le risorse già disponibili e la volontà ancora incompiuta di mobilitarle – che si gioca la partita decisiva per il futuro del continente.

Il libro si legge anche come un atto di responsabilità intellettuale in un tempo in cui il pensiero geopolitico rischia di ridursi a commento di giornata o a tifoseria ideologica. Parsi sceglie invece la strada più impervia: quella dell’analisi strutturale, del confronto con le fonti, della costruzione di un argomento che regga al di là dell’evento contingente. Non è un saggio consolatorio, né un manifesto di parte. È qualcosa di più raro e prezioso: un libro che obbliga a pensare, che disturba le certezze comode tanto della destra quanto della sinistra, che restituisce alla politica estera la sua dimensione di scelta morale oltre che di calcolo strategico.

Rimane, alla fine della lettura, una domanda che l’autore lascia aperta con sapienza: l’Europa saprà trasformare questa crisi in fondazione, o si limiterà ad amministrare la propria irrilevanza? La risposta, Parsi lo sa bene, non è scritta nei libri. Si scrive – o non si scrive – nella volontà politica di chi governa e nella consapevolezza civile di chi è governato. Contro gli Imperi ha il merito non secondario di ricordarci che questa consapevolezza si coltiva. E che farlo, oggi, non è un lusso intellettuale: è una necessità democratica. Come ebbe modo di riferirmi al termine di una intervista che mi aveva concesso… «dobbiamo avere ben presente che la difesa della nostra democrazia passa attraverso una visione più ampia, che ingloba le democrazie nel mondo»’.

Forse questo principio è stato trascurato nella visione strategica planetaria di Trump, più preoccupato di blindare i confini e la politica dell’Unione che di salvaguardare l’impianto consolidato di alleanze nel mondo occidentale.

Parsi dimostra – persino emotivamente – di rammaricarsi di questa deriva. L’autorevolezza della sua analisi, la compiutezza documentata delle argomentazioni sono il migliore viatico per coltivare la speranza di una collettiva assunzione di responsabilità che ci liberi dalle secche dei rinvii e dei veti incrociati, delle primazie e delle singole iniziative (segno di debolezza, non di forza).

L’autore in fondo considera come nei corsi e ricorsi storici, nelle alternanze delle leadership nazionali e nelle stesse ragioni dei popoli – sovente inespresse – maturino tempi nuovi e diversi perché nulla è perduto se la ragionevolezza incarnata in uomini di valore prenderà il sopravvento e la democrazia tornerà ad essere un principio da difendere e consolidare.

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