SOMMARIO: 1. Del genere recensione. – 2. “Quello che possiamo sapere” in prospettiva diacronica. – 3. Struttura del romanzo, fonti del sapere e attività del giurista – 4. L’importanza del ritrovamento di un hardware per uno studioso del pianeta rosso. – 4.1.  Il contenuto del PC di uno studente di giurisprudenza all’inizio del terzo millennio. – 4.2. Relazione sul ritrovamento. – 5. Conclusioni.
SUMMARY: 1. A review of the genre. – 2. “What we can know” in a diachronic perspective. – 3. Structure of the novel, sources of knowledge, and the jurist’s activities. – 4. The importance of the discovery of a piece of hardware for a scholar of the red planet. – 4.1 The contents of a law student’s PC at the beginning of the third millennium. – 4.2. Report on the discovery. – 5. Conclusions.
  1. Del genere recensione.

È genere quasi obsoleto quello delle recensioni, di cui la definizione volta a delinearne la funzione critica sembra oggi quasi confondersi con quella originaria di carattere filologico[1]. Al fine di provare a recuperarne il senso di commento ad un libro o, più in generale, ad un testo altrui, per approfondire le riflessioni originate dalla relativa lettura, la discussione dell’ultimo romanzo di Ivan MacEwan, “Quello che possiamo sapere” può dare alcuni spunti.

Senza anticipare nulla della trama dell’opera, infatti, la particolare struttura dell’opera (infra, par. 2) si presta molto bene (infra, par. 3) ad una efficace indagine lontana nello spazio e nel tempo (si ipotizza Marte nel terzo millennio) (infra, par. 4) sull’attuale situazione dell’attività del giurista (infra, par. 4.1. ss.). Senza ripetere il canone classico della critica in senso lato ad una opera nuova, lo scritto si propone “secondo il modo di MacEwan” di scandalizzare il lettore per indurlo a riflettere sull’odierno stato dell’arte del lavoro di giurista.

  1. Quello che possiamo sapere” in prospettiva diacronica.

Il romanzo What We Can Know”, contiene una idea o meglio una domanda di fondo che rinvia ad uno dei problemi cruciali del nostro tempo: ciò che, appunto, possiamo sapere.

Allo scopo di rappresentare, in modo tanto geniale quanto efficace, tali confini, l’Autore nella prima parte del romanzo ricostruisce il lavoro di uno studioso che, in un futuro relativamente prossimo ma stravolto da drammatici accadimenti a noi vicini, cerca di capire opera, passioni e idee di un importante poeta che sarebbe vissuto nel nostro tempo. La seconda parte del romanzo descrive, quasi fosse l’altra faccia di una medesima medaglia, il quotidiano che è stato oggetto dello studio storico della prima parte. Sono lasciate al lettore le debite conseguenze che possono essere tratte dal confronto tra quanto immaginato nella prima parte e ciò che risulta (risulterebbe) accaduto nella seconda.

Le domande a cui il docente del futuro e l’Autore di oggi tentano di rispondere sono quelle tipiche dello storico; sia esso ricercatore, in generale, di determinati caratteri di una società passata, sia esso, come nel romanzo inglese, studioso di letteratura di un determinato periodo o di una certa corrente artistica: che cosa posso dedurre da carteggi o messaggi raccolti in un vecchio personale computer? che cosa posso capire dai commenti anche social circa l’immagine pubblica dei protagonisti sotto indagine ? che cosa sono autorizzato a dedurre circa le credenze di un poeta alla luce di racconti di amici, e non, a lui contemporanei? quanto possono ritenersi affidabili i diari delle persone vicine ad un rinomato autore di versi?

Si tratta delle “tracce” che qualunque studioso deve poter individuare, classificare, e correttamente interpretare al fine di una corretta rappresentazione di ogni fatto cui non abbia assistito in prima persona.

Indagando l’ampio spettro delle origini delle nostre conoscenze e delle nostre convinzioni in prospettiva diacronica il romanzo si sviluppa quasi come un thriller, entro una trama che avvince sin dalle prime pagine, portando il lettore a fare i conti con punti di vista del tutto inediti, che lo inducono a riflettere (anche) sulle sottilissime lastre di ghiaccio su cui spesso fondiamo i nostri consolidati (e risalenti) luoghi comuni.

  1. Struttura del romanzo, fonti del sapere e attività del giurista.

Una immagine dopo l’altra per costruire una casa diversa da quella in cui siamo stati sino ad ora: è questa l’esperienza che offre il romanzo di MacEwan. Ed è per questo modus operandi che le sue considerazioni possono essere utilizzate per approfondire natura di molte e diverse discipline. “What We Can Know” intriga il pubblico e, sin dal titolo, attira l’attenzione anche del lettore più distratto.

Di fronte a tale frase balenano subito in mente almeno due dei fenomeni più emblematici della nostra era: si pensi, in particolare, alla problematica delle “fake news”[2] o al profilo dell’orizzonte cognitivo dell’Intelligenza artificiale generativa[3]. Che cosa siamo in grado di sapere rispetto ad una realtà, in rapidissimo cambiamento e di sempre più difficile connotazione e con riguardo ad una realtà virtuale alla cui costruzione contribuiscono a ritmo incessante complessi programmi di chatbot, è domanda tipica di questo millennio.

Il romanzo del grande scrittore britannico si interessa delle fonti che possono, o addirittura dovrebbero, guidare molte delle forme della nostra conoscenza, confrontandosi in tal modo con ciò che sta alla base di alcune delle nostre più note esperienze epistemologiche.

È ovvio che per ricostruire un certo fatto accaduto nel passato si debba valutare, come si ipotizza nella prima parte del romanzo, la credibilità dei testimoni che quel passato hanno vissuto o a loro volta raccontato ovvero interpretare l’affidabilità degli indizi che da quel passato emergono. Analogamente, l’apprezzamento della risposta di un Chatbot sconta necessariamente sia i dati che sono alla base della elaborazione dell’algoritmo sia la natura della formula matematica. L’attendibilità o meno del dichiarante può essere decisiva per valutare l’accuratezza di una informazione; la natura delle informazioni a cui un determinato chatbot ha accesso è determinante per decidere della qualità di una risposta del programma.

Nella prospettiva del giurista il particolarissimo approccio di MacEwan a ciò che possiamo sapere attraverso il caleidoscopio delle diverse fonti a disposizione e, tra queste, di quelle utilizzabili, si presta a considerazioni molteplici.

Senza scomodare pagine ormai famose sulle analogie tra il lavoro dello storico e quello del giudice[4], a proposito delle cui (simili) problematiche le considerazioni di MacEwan si adattano a pennello (e ciò a prescindere che si tratti o meno dell’accertamento di un reato), l’idea contenuta nel romanzo può essere ben usata per ragionare sull’attuale stato del lavoro del giurista.

Per creare quell’effetto di estraniamento che, come nel romanzo inglese, induce il lettore alla riflessione e, in senso più lato, a rivedere, anche se non necessariamente a cambiare, i propri consolidati convincimenti si ipotizzerà il ritrovamento, alla fine del terzo millennio, di un odierno PC sul pianeta rosso. L’analisi del relativo contenuto e le considerazioni che se ne possono trarre costituiranno il Report delle deduzioni che quelle tracce potrebbero stimolare ai nostri posteri.

Analogamente a quanto accade nel romanzo, anche in tal caso è rimessa al lettore l’“ardua sentenza” circa l’attività del giurista oggi, all’esito del confronto tra visione futura e vicende presenti. Diversamente dall’opera inglese, però, non ci si soffermerà sull’attualità, lasciando tale parte (cui è dedicata la seconda sezione del romanzo) alla percezione dall’operatore nella sua quotidiana esperienza.

  1. L’importanza del ritrovamento di un hardware per uno studioso del pianeta rosso.

Aveva gli occhi affaticati, stanchi; persino la luce bassa della doppia finestra che dava sulla pianura rossa gli dava fastidio. Ma era troppo importante quanto era appena stato rinvenuto e comunicato al Centro Studi Interspaziale che presiedeva: un vecchissimo hardware presumibilmente di uno studente universitario dell’inizio del terzo millennio vecchia datazione. La collocazione del ritrovamento, vicino ad un lago ormai asciutto, faceva ben sperare che appartenesse a qualcuno della sede universitaria allora collocata al confine tra lo Stato italiano e la Confederazione elvetica.

I primi tentativi di estrazione inducevano ad essere ottimisti anche sul fatto che si trattasse di qualcuno di giurisprudenza. E solo lui sapeva quanto fosse importante poter accedere alle fonti del diritto di quel periodo: sin dall’inizio degli anni della nuova datazione non esisteva, in particolare, alcuna regola scritta per giudicare le controversie che nascevano sempre più numerose tra (e all’interno de-) i vari pianeti del sistema solare. Né si era riusciti a concordare uno stesso modo di procedere, se del caso dando la parola a tutti gli interessati, per le decisioni che interessavano le più gravi violazioni della pace interstellare. I giudizi delle persone estratte a sorte al fine di decidere tali conflitti passavano intere glaciazioni a discutere senza, spesso, giungere ad alcuna conclusione.

4.1. Il contenuto del PC di uno studente di giurisprudenza all’inizio del terzo millennio.

I numerosissimi file audio non erano più accessibili, né era possibile leggere quanto archiviato in forma di video. Lo stato dell’hardware del PC che, ormai ne erano sicuri, era appartenuto ad un giovane studente di giurisprudenza, consentiva di aprire solo una cartella intitolata al processo penale. Tale cartella conteneva: un file .pdf di oltre 1000 pagine di un libro dedicato appunto al rito penale; un file note scritto a penna di appunti o osservazioni; quattro sentenze in formato .pdf di diversi organi giudiziari (Corte Costituzionale, Corte di Cassazione, Tribunale di Roma e di Catania); un riassunto del primo libro citato (composto da file di diversa provenienza, compresi due atti di avvocati della difesa e tre atti del rappresentante dell’accusa).

4.2. Relazione sul ritrovamento.

All’esito dell’analisi del contenuto del PC non è possibile comprendere le norme che ormai quasi 900 anni fa regolavano il processo penale. Quello che appare una parafrasi esplicativa dell’allora codice di rito non consente l’individuazione delle norme citate; le sentenze recuperate a loro volta rinviano ad altre decisioni con numero e anno senza riferire né della disposizione così interpretata né dei casi interessati; quelli che sembrano gli appunti dello studente nel corso della lezione descrivono eventi ed accadimenti senza mai far richiamo alle relative fattispecie legali. Il materiale raccolto è del tutto deludente.

Non sembra che, a quel tempo, studenti, docenti e operatori del diritto (avvocati e magistrati) dimostrassero alcun particolare interesse per le disposizioni del codice. L’analisi degli appunti, confrontato con le numerose pagine di quello che veniva chiamato manuale dimostra, anzi, la tendenza a copiare in modo del tutto acritico le affermazioni altrui senza alcuno sforzo interpretativo e, soprattutto, senza alcun rispetto per le fonti originarie che non sono mai riportate. Anche nelle pochissime sentenze trovate (tutte relative, si intuisce, al medesimo caso di astensione in un processo per ricettazione) si registrano pedissequi richiami tra l’uno e l’altro organo senza alcun approfondimento, secondo una struttura paratattica del tutto elementare.

A prescindere da queste osservazioni, l’impossibilità di avere le fonti originarie induce a ritenere che già allora si fosse persa una conoscenza diretta delle norme di legge, in tal caso del codice di procedura penale. Sembra inoltre che possa confermarsi, come intuito da alcuni storici, che già a quel tempo la diffusione dell’Intelligenza artificiale generativa avesse grandemente ridotto le capacità critiche individuali. Tutto il materiale rinvenuto, pure se ridotto e certamente circoscritto, non contiene alcuna osservazione personale: circostanza che è ancora più allarmante se si riflette che si tratta di documentazione raccolta certamente da uno studente, che per definizione dovrebbe essere curioso e aperto alle novità dello studio.

Le poche sentenze conservate danno a loro volta l’idea di un sistema diretto a risolvere il maggio numero possibile dei casi in modo del tutto ripetitivo e automatico, come del resto sappiamo sarebbe accaduto nel giro di pochi decenni con la formale istituzione di banche dati automatizzate e interamente governate dall’IA.

In conclusione, nonostante le iniziale aspettative codesto Ufficio non ritiene che quanto ritrovato possa contribuire all’attività della “Corte per la pace tra i pianeti”, che incontra sempre più difficoltà a fronteggiare il crescente carico di lavoro in considerazione dei numerosissimi conflitti, peraltro ormai solo virtuali ma forieri di danni ingentissimi ai patrimoni non solo finanziari dei differenti contendenti, che di continuo nascono dall’una e dall’altra parte della galassia.

Lavorando sulla ben nota Carta dei diritti dell’uomo della fine del secondo millennio vecchia datazione, l’unica fonte in materia di rito penale ad oggi disponibile, si suggerisce di continuare a privilegiare l’attuale competenza regolamentare della Corte, aumentando e valorizzando legittimazione, competenze e specializzazione dei singoli giudici: assecondando una tendenza che anche nel materiale ritrovato sembra già allora in via di consolidamento.

  1. Conclusioni

Le poche pagine di una “recensione distopica” non hanno certo la pretesa di affiancarsi o sostituirsi alle pagine che studiosi, accademici ed operatori, dedicano pressoché quotidianamente alla complessità del nostro vivere sociale prima ancora che giuridico. Nel rispetto del genere, tuttavia, l’aspetto a volte provocatorio, come è del resto lo stesso romanzo di MacEwan, di una pur breve recensione talvolta può aprire prospettive del tutto inedite rispetto all’ottica della tradizionale ricerca. Le domande, e la timida risposta, che da secoli di distanza ci pone il capo del Centro Studi Interspaziale, non possono essere eluse. E un romanzo così accattivante e coinvolgente come quello di Mac Ewan ci può aiutare ad affrontarle.

 

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[1] Così recita l’enciclopedia on-line Treccani alla relativa voce (https://www.treccani.it/vocabolario/recensione/): “recensióne s. f. [dal lat. recensio -onis; v. recensio]. – 1. In filologia, l’operazione intesa a restituire un testo all’esatta lezione, attraverso l’esame della tradizione manoscritta, e il risultato di tale operazione: i poemi d’Omero secondo la r. (o nella r.) di Zenodoto. Più precisamente, una delle fasi del lavoro di edizione critica, consistente nella scelta della lezione ritenuta migliore tra le varianti messe in luce dalla collazione, tenendo conto delle relazioni reciproche tra codici o famiglie di codici, quali sono illustrate dallo stemma: r. chiusa, se la concordanza tra un congruo numero di codici autorevoli consente di individuare con sicurezza l’esatta lezione; r. aperta, se, non consentendo lo stemma dei codici questa sicurezza, si deve ricorrere ad altri criterî e procedimenti, come quelli della lectio facilior o dell’usus scribendi (v. anche edizione). 2. Esame critico, in forma di articolo più o meno esteso, di un’opera di recente pubblicazione: omaggio per r., con preghiera di r.; fare, scrivere una r.; r. breve, succinta, lunga, benigna, severa; il libro ha avuto r. favorevoli. Per estens., il termine è usato anche a proposito di spettacoli teatrali, cinematografici, mostre d’arte e simili: ho letto una r. molto positiva su quel film.”

[2] Nell’impossibilità di citare una molteplicità di fonti, di seguito si accennerà solo ai testi che paiono più significativi per introdurre gli argomenti a cui si fa riferimento nel testo e che sono oggetti di un numero non determinabile di lavori. Seguendo tale criterio, sulle fake news,s i rinvia al lavoro, già del 2018, di Giuseppe Riva Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità, Universale paperbacks Il Mulino Vol. 742 (Function).

[3] Anche sull’IA la produzione saggistica è, come noto, innumerevole e sotto i più diversi punti di vista, dall’ottica digitale a quella filosofica e religiosa. Per un approccio solo apparentemente elementare si rinvia a L’intelligenza artificiale di Dostoevskij: Riflessioni sul futuro, la conoscenza, la responsabilità umana” di Luca Mari, IlSole24ore, 2024. Dello stesso Autore (insieme a Alessandro Giordani e Daniele Bellasio) un anno dopo e per gli stessi tipi, è uscito anche L’intelligenza artificiale di Platone: Il pensiero, i chatbot e noi.

[4] Si allude ad uno dei più famosi saggi in materia, ovvero al libro di Carlo Ginsburg Il giudice e lo storico: considerazioni in margine al processo Sofri che, uscito nel 1991 per i tipo Einaudi, è stato ri-stampato nel 2006 per la Feltrinelli e quindi, più di recente, per le edizioni Quodlibet, nel 2020.

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