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- Professor Falsitta, nel suo recente libro Il crepuscolo dell’umano (Edizioni Cantagalli) Lei considera quanto sia urgente esplorare la condizione esistenziale in un contesto temporale in continua evoluzione, a motivo dei condizionamenti che tecnica, tecnologia e capitalismo introducono nella dimensione antropologica, fino a configurare valori e disvalori.
Perché è importante riflettere su questa deriva epocale, per capacitarsi del presente e possibilmente immaginare il futuro?
E ad un certo punto, Qoèlet si chiede: «C’è forse qualcosa di cui si possa dire: “Ecco, questa è una novità?”»
Ebbene, pur senza alterare in nulla la sua sacra rassegna, gli direi che, forse, stavolta qualcosa c’è. Non il mondo che cambia, né l’uomo nelle sue proiezioni a terra. No. Per questa via, più o meno, tutto continuerà a dissolversi nel vacuo. Nel soffio. L’Ecclesiaste ha ragione.
La novità, piuttosto, spicca prima e fuori da quel «flusso immobile». Lo anticipa. È una mutazione che previene la storia delle cadenze vanitarie, per cui le cose sono quelle che sono. La mia idea, è che sia in atto un processo di alterazione/sostituzione del pensiero umano. Un nuovo pensiero che fuoriesce dalla mescolanza tra pensiero tecnico e l’odierna ideologia capitalista (ammesso che, ancora, sia degna di essere così definita). Da tale prospettiva, comprendere l’assedio al pensiero umano, vale comprendere il pezzo più rilevante offerto dalla contemporaneità. L’intento non è la profezia. Nessuno, seriamente, può sapere cosa accadrà (al di là delle suggestioni tecno-depresse o, all’opposto, tecno-entusiaste); le variabili sono ignote. Resta il fatto che apprezzare la portata dell’opera di incarnazione di tale pensiero, i veicoli di cui si serve per penetrare i circuiti neurali, sembra, quanto meno, utile a concepirne il “rallentamento” e preservare l’umanità delle nostre facoltà mentali. Si deve passare dall’osservazione di forze che hanno sempre agito all’esterno del corpo, all’osservazione di forze che, adesso, per meglio agire all’esterno del corpo (e, dunque, trasformare il mondo) agiscono nel corpo. Occorre comprendere le tensioni tra “dentro” e “fuori” (pensiamo agli studi di Damasio, LeDoux, Lakoff…, alla psicologia biologica e le neuroscienze comportamentali).
La loro causa. Il perché. Il sistema attraverso il quale il nuovo pensiero, fuoriuscito dalla fusione tra tecnica e capitalismo, staccato, ed ormai emancipato, si impossessi delle regioni della mente, fino alle più lontane e cavernose, con lo scopo di costruire – con l’organismo umano, il suo corredo, il suo sangue, i muscoli, le pulsioni, le passioni – un proprio ordinamento esteriore, ed affermarsi sopra e in ogni cosa.
Insomma, credo sia più una faccenda di carne che di filosofia!
Non i dispositivi ed i loro frutti ulteriori (giuridici, politici, sociali, sanitari etc.), ma il nostro corpo e il cervello in particolare, sono elementi essenziali del processo di tecno-formazione dell’uomo e del mondo. Se nel valutare l’attuale, per poi proporre ipotesi su ciò che verrà, osserviamo l’esterno del corpo e gli accadimenti (tecnologia e uomo e tecnologia) resteremo reclusi nel circuito di Qoelet. Dove cambiano soltanto nomi e simboli.
Farsi sedurre dalla tecnologia che diviene, e trasforma il mondo, appare una divagazione capitale. Per quanto degna, massimamente degna di ammirazione e motivo di speranza, non è là che si osserva il cambiamento dell’uomo. L’accelerazione della trasformazione “tecnica” del mondo e dell’uomo, è misurata dal livello di incarnazione del pensiero che risulta dalla mescolanza di tecnica e capitalismo. Carne conquistata dalla tecnica che determina volontà a priori; che occupa l’inconscio, fino a influenzare i luoghi di formazione della coscienza.
- Il suo saggio si apre con un’immagine inquietante, quella dell’«uomo calcolato»: un uomo, cioè, che crede di pensare e agire liberamente, ma in realtà è determinato da algoritmi e piattaforme che plasmano non solo il pensato, ma anche il pensabile, fino a condizionare lo stesso pensiero pensante, sede della capacità critica, creativa e di discernimento.
Utilizziamo formule e codici simbolici che circolano nell’immaginario collettivo alla stregua di prodotti commerciali, in una sorta di compra-vendita nel surrettizio libero mercato delle idee. Già Heidegger ci aveva messo in guardia dal pensiero-che-fa di conto mentre Einstein ci ricordava invece l’importanza della conoscenza e della fantasia. Lei non cade tuttavia nella facile retorica pedagogica che vuole moralizzare l’innovazione: quali sono a ben vedere i pericoli di questa nuova ontologia dell’uomo calcolato?
Riscrivere le categorie ontologiche è funzionale a riscrivere i sistemi valoriali; riscrivere i sistemi valoriali è funzionale a rimuovere ogni mediazione (giuridica, morale, deontica etc.) capace di ostacolare l’affermazione, nell’uomo e nel mondo, del pensiero generato dalla mescolanza tra tecnica e capitalismo.
E, così, avere campo libero nell’opera di permuta progressiva del naturale in digitale. Significa, in altre parole, “togliere di mezzo” l’uomo in quanto persona, che pensa secondo valori umani e, in luogo di questo, “mettere” l’uomo che pensa secondo i valori del neo-nascente pensiero tecno-economico. Si tratta di tentare di accomodare il calcolo in ogni condizione dell’essere e dell’essere che diviene. Dunque, di stabilire gli elementi che permettono di determinare a priori ogni cosa: di pre-vedere. Ma il calcolo, ossia, il mattone principale del pensiero occupante, agisce per schemi razionali e, per tale via, è del tutto non compatibile con schemi non razionali: l’irrazionalità è materia ricusata, espulsa, gradualmente eliminata per intero nel mondo del nuovo pensiero. L’uomo, viceversa, è irrazionale: le sue decisioni sono per grandissima parte irrazionali. L’irrazionalità è una condizione naturale del pensiero umano (anche nei campi, quali, ad esempio, l’economia, dove ci aspetterebbe volontà sempre razionali; al riguardo, si vedano i lavori di Kahneman, Slovic e Tversky).
Sono convinto che una società concepita soltanto su presupposti razionali ed efficienti non sarebbe mai riuscita a raggiungere il livello di civiltà che conosciamo. Ed è anche la ragione per la quale sono propenso a credere che, il processo di espulsione dell’irrazionale, funzionale alla conversione del naturale in digitale, abbia avviato, per converso, un moto di regresso civile. Ciò che viene eliminato, in quanto non esportabile nel reale succedaneo, perché, appunto, irrazionale, poi, cagiona detrazioni che io chiamo “risolutive”: ossia, dissoluzioni della nostra storia, delle nostre tradizioni, di noi stessi, amputazioni di umanità che mai, mai più, riusciremo a ricostituire. Gli “scarti” del nuovo pensiero sono integrali, inesorabili. Sono cascami di morte, perentori; non risparmieranno l’uomo umano neppure quando ridotto a reliquia (il culto, se autentico, è mistero). In questo contesto, come nel paradosso, il capitalismo – poiché consente di mantenere quote d’irrazionale nel pensiero tecnico a cui si mescola con variabilità – tende a rimanere l’unico candidato: l’ultimo sensato alveo in cui infilare le mani e ritrovare gli anticorpi che permettano all’uomo di rimanere tale.
Pur deforme, infatti, il capitalismo, davanti a noi, appare l’ultimo baluardo umano plausibile: l’estrema risorsa di una ipotesi di resistenza. Lì l’umanità è obbligata a conservarsi: è intrappolata tra i visceri di una ideologia smascherata ed è resa inerte nella sua migliore porzione, ma c’è! E persiste. Ecco il diverso ruolo del corpo nel capitalismo rispetto al ruolo del corpo nella Tecnica. Mentre nella Tecnica il corpo è oggetto di consumo, è alimento, nel capitalismo esso (ed ogni stato che assume attraverso i sensi) resta attributo del soggetto, continua a rivestire la dimensione soggettiva, anche se compressa variabilmente, ed espansa variabilmente, dall’essere della relazione con la Tecnica. Inaspettatamente, l’egoismo, che porta in sé l’esigenza di soddisfare istanze edoniche ed eudaimoniche, si svela scrigno prezioso. Le sue debolezze, appunto, in generale sono umane. Il piacere del corpo e dello spirito, quali essi siano, sono concausali dell’egoismo. Elementi costitutivi dell’avidità di profitto a costi che si riducono. Con massimo rispetto, ritengo che l’egoismo capitalista vada considerato da una prospettiva diversa da quella osservata da Severino: l’inclinazione a ridurne lo scopo alla soddisfazione personale, la proprietà privata, (al contrario della Tecnica che persegue scopi oggettivi), è il luogo da cui sprigiona la forza che, con razionalità (punto di contatto tra Tecnica e capitalismo) contamina la Tecnica, e la coinvolge in quella miscelazione che la fa impura. La rilevanza del corpo nel capitalismo, dunque, se da una parte rappresenta il forziere della rimanenza umana, dall’altro, consente al capitalismo stesso di non essere completamente assoggettato alla potenza della Tecnica.
In conclusione, non posso che essere d’accordo, fino in fondo, sia con la “chiaroveggenza” di Heidegger che con le parole di Einstein che Lei, così opportunamente, ricorda…
Ancora una osservazione su questo aspetto. Solo un cenno. Spingere l’uomo in una direzione evolutiva, accelerata, innaturale – l’evoluzione digitale – lo vincola a modificare sé stesso, secondo termini che non gli appartengono (l’artificiale razionale) e che non può comprendere, può soltanto ospitare, accogliere negli strati non consci della mente. Tale situazione genera un contrasto diverso rispetto ai contrasti “naturali” tra forze psichiche: non è accettato, né immediatamente accettabile senza creare nuove ipotesi di lacerazione. La mia idea, ancora tutta da studiare, è che la diffusione di alcuni disturbi della mente, soprattutto residenti nei più giovani, in qualche modo siano riconducibili anche alla coercizione iper accelerata e soffocata in un processo evolutivo artificiale (governato da tecnica e capitalismo) che non può essere tollerato. Almeno così, con questa progressione accelerata di mutazioni che, sul piano materiale, tra l’altro, destabilizzano una relazione sostenibile tra “essere” e “avere”.
- Trovo importante e dirimente la distinzione tra tecnica (come pensiero) e tecnologia (come prodotto): sono due concetti che sovente sovrapponiamo nell’immaginario collettivo fino a confonderli tra loro. Possiamo approfondire con Lei questa differenza, anche alla luce del pensiero filosofico e scientifico ereditato dal 900?
Anch’io trovo fondamentale questa distinzione. Tecnica è pensiero, è forza. Tecnologia, invece, è il prodotto del pensiero tecnico. Quando Martin Heidegger dice che l’essenza della tecnica non è qualcosa di tecnico, intende dire che la tecnica non è solo strumenti o macchine (tecnologia, appunto); la sua essenza è il modo in cui l’uomo svela, ordina e considera il mondo. In questo senso, la tecnica è un modo di pensare il mondo ci dice Heidegger, è forza aggiungo io, è volontà di potenza direbbe Friedrich Nietzsche. Proprio Nietzsche, attraverso la sua critica alla metafisica e alla pretesa di verità oggettiva, ha il merito di preparare il terreno concettuale per la discussione sulla tecnica che c’è stata nel Novecento, portata avanti da Heidegger – le cui intuizioni restano ancora insuperate – e dalla Scuola di Francoforte (Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse, Jürgen Habermas, etc.). Parlo di anticipazione concettuale perché quello di Nietzsche è un attacco frontale al logos calcolante che misura e ordina, non vi è nella sua opera una disamina sulla tecnica. Secondo il filosofo tedesco, questa è una forma di pensiero riduttivo e decadente che non cerca il senso delle cose, ma il controllo, la sicurezza, il dominio. E ciò che oggi chiamiamo problem solving.
A ogni modo, va considerato che il XIX secolo è il tempo della potente affermazione di quello che Jacques Ellul chiamerà «il sistema tecnico», ovvero la fabbrica, ma anche la città, le organizzazioni più in generale. È proprio la rivoluzione industriale a ispirare questa cultura positivista in cui l’uomo non è più il soggetto perché il soggetto è, appunto, il sistema tecnico, l’organizzazione. Per Ellul la tecnica non è più mezzo, la tecnica è autonoma, è fine a sé stessa. Si pensi alla nascente sociologia, disciplina che si afferma proprio negli anni della trasformazione sociale dell’Ottocento: Emile Durkheim, uno dei suoi padri fondatori, nel suo statuto epistemologico scriverà «la sociologia è lo studio dei fatti sociali come se fossero cose». Ciò significa immaginare un mondo di persone e di relazioni sociali determinate e necessitate come lo sono i fatti naturali, cosa che poi incontrerà delle obiezioni molto forti (da Wilhelm Dilthey a Max Weber) ma che ci dice quanto il pensiero tecnico tende a sopraffare e a sostituirsi al pensiero più propriamente umano.
Tuttavia, prima che Heidegger ne svelasse il fondamento ontologico, altri studiosi si erano cimentati con la tecnica richiamando, più di quanto avesse fatto lui, la distinzione tra tecnica e tecnologia, anche se questa oggi ci appare molto più netta. Probabilmente i due concetti sono ancora un po’ sovrapposti perché abbiamo iniziato a distinguerli solo recentemente, quando qualcuno ha preso sul serio la parola “tecnologia”, mentre sulla tecnica questa riflessione è iniziata già nell’Antichità. La parola tecnica (dal greco Tékhne e dal latino Tèchne) sin dalla sua origine sta a indicare arte, mestiere, abilità, ovvero quell’insieme di strumenti e conoscenze distinto sia dalla semplice esperienza pratica, l’empirìa, sia dalla conoscenza scientifica, l’epistème. La capacità tecnica – che per gli antichi aveva lo scopo di aiutare il sapere a svilupparsi (ad es. la medicina e l’agricoltura) – nell’età moderna, perlomeno dal XVI secolo (da Francesco Bacone in poi), si pone come conoscenza in vista dell’interazione con la natura e della sua trasformazione a vantaggio dell’essere umano. Ma, come lei dice, è nel XX secolo che si giunge al suo significato più profondo.
Il primo a distinguere tra tecnica e tecnologia in epoca moderna è lo scienziato tedesco Johann Beckmann: tecnologia è la scienza che studia sistematicamente le tecniche, ovvero l’insieme delle pratiche operative, dei procedimenti concreti e dei mezzi impiegati dall’uomo per agire sul mondo. Nel Novecento, Werner Sombart e Lewis Mumford mantengono questa distinzione, entrambi attenti all’impatto sociale della tecnica e delle tecniche. Sombart, peraltro, secondo alcuni è colui che per primo utilizza la parola «capitalismo». In realtà, il primo a utilizzare la parola «capitalismo» è Pierre-Joseph Proudhon, ma a Sombart e a Weber si deve la sua affermazione nella letteratura scientifica e nell’immaginario collettivo.
La scuola di Francoforte ha il merito di aver indagato a fondo il rapporto tra tecnologia e capitalismo: anche questa, al pari di quella di Heidegger, resta una riflessione radicale. Per quanto l’approccio non sia ontologico ma storico-critico, sociale e politico, è questa scuola che, pur con differenze interne, ci consegna un punto di vista ancora oggi molto condiviso: la tecnologia crea bisogni artificiali e tende a incorporare al suo interno una logica di dominio; non è neutra, ma è plasmata dai rapporti di potere e dal sistema capitalistico che la utilizza. Non è un caso che – riferendosi al nuovo super potere delle BigTech – vi sia chi ha parlato di «capitalismo digitale» (espressione molto diffusa), di «cloud capitalismo» (Yanis Varoufakīs), di «capitalismo delle piattaforme» (Nick Srnicek, Evgeny Morozov) e di «capitalismo della sorveglianza» (Shoshana Zuboff).
La riflessione della scuola di Francoforte è a mio avviso molto importante per altri due aspetti. In primis, ci avvicina al significato più attuale della parola “tecnologia”: con questa, infatti, oggi ci riferiamo in particolare agli apparati tecnici e digitali e ai prodotti del pensiero tecnico; in secondo luogo, la scuola di Francoforte ci richiama al problema dell’omologazione degli individui e alla difesa del pensiero critico, aspetti più che mai attuali rispetto all’affermazione e all’impatto dell’intelligenza artificiale.
In coda a questa breve digressione, non possiamo non richiamare l’importanza dell’epistemologia del Novecento – in particolare Karl Popper, Paul Feyerabend, Thomas Khun, Imre Lakatos – che proprio per gli eccessi del pensiero tecno-scientifico, ha incentrato la propria riflessione sui limiti e sulla finitezza della conoscenza, tanto che la storia della scienza è il susseguirsi di «congetture e confutazioni». Popper e i suoi allievi, il cui contributo alla filosofia novecentesca è fondamentale, non riflettono direttamente sulla tecnica, ma ne mettono in crisi il fondamento epistemologico. D’altro canto, mi pare importante quantomeno citare chi, in Italia, ha contribuito a importare questa articolata riflessione e le sue suggestioni: penso, in particolare, a Romano Guardini, Emanuele Severino, Giulio Giorello, Gianni Vattimo e Umberto Galimberti.
- C’è poi da considerare il tertium genus nel Suo argomentare intorno a questo tema: l’incidenza e lo sviluppo del capitalismo non solo in una accezione ideologica o economica ma per i cascami che introduce nella stessa concezione della vita attraverso una sorta di regia occulta che si avvale della tecnica e dei suoi prodotti tecnologici per snaturare umanità e pensiero critico come mezzi di espressione liberi e razionali.
«Non la tecnica o la tecnologia, ma il capitalismo è ciò che va colpito»: è questa la deriva esistenziale più pericolosa?
Teorizzare una «resistenza plausibile» alla sostituzione del pensiero umano, da parte del pensiero che fuoriesce da tecnica e capitalismo, senza voltare le spalle allo sviluppo tecnologico, offre alcuni spunti.
- La tecnica cede nudità, purezza, cede la propria altezza. Il pensiero scientifico eroico, dis-incantante, cessa di essere: non è più; a cagione della contiguità appiccicosa del capitalismo, diviene, per la prima volta, altro e vulnerabile: unica concessione antropomorfica di sé. Le contaminazioni del capitale la invadono, la fiaccano, come cani da caccia la preda che fugge. La ricerca piega la propria missione ascetica, disvelante, all’utile, alla «chiamata del ricavo», e prova di indicare a ciascuno di noi dove si trovi “la verità”. In questo, per qualcuno, una goffaggine.
- Il capitalismo – nel nutrire egoismo – trattiene umanità: vista da vicino, piuttosto un conglomerato di sacche d’inciviltà; ma pur sempre umanità! all’interno delle quali l’irrazionale rimane irriducibile: nonostante tutto, sussiste.
- La fusione di entrambe le tensioni – intesa così – suppone una concomitanza: la vita dell’una, la Tecnica, e dell’altro, il capitalismo. Vite che si contraggono e si espandono in dipendenza della condizione in cui devono essere declinate (il settore in cui cade il pensiero deputato ad agire).
Sicché, seppure la Tecnica abbia per scopo l’annientamento dell’uomo umano, quello scopo non sembra subito raggiungibile nel pensiero risultante dalle due forze. Almeno fino a quando la volontà basata sul calcolo (tecnica) non trovi terreno di coltura. Sono questi i presupposti che rendono plausibile la resistenza. Essi, i presupposti, tuttavia, devono essere coordinati. La sfida suggerisce di indebolire il pensiero tecnico, attenuarne la presa sulla mente dell’uomo: solo così può essere restituito equilibrio, attitudine a stabilire la reale distanza che le cose devono avere tra loro. Per ottenere tale risultato, l’idea è rettificare il capitalismo, ossia, smorzare la forza che da “forza” alla forza (tecnica). E, da questa angolatura, vedo soltanto una modalità: la tecnologia. Soltanto affidando alla tecnologia il compito di modificare il capitalismo (ossia, eliminarne ogni causa che genera diseguaglianze sociali, ex: corruzione, abusi, asimmetrie informative, evasione fiscale etc.), l’effetto si farebbe auspicabile.
Insomma, abbiamo ciò che serve: sono proprio le forze che minacciano l’uomo a mostrare di possedere gli “anticorpi”. La tecnica fornisce la tecnologia, senza la quale non sarebbe concepibile l’opera di emendazione del capitalismo; il capitalismo, da una parte, con il suo amplesso tecnico, diviene strumento per depotenziare la tecnica, dall’altro, trattenendo nella sua avidità egoista una quota di umano, lo preserva dall’annientamento terminale della Tecnica. Sono piuttosto convinto (anche se i miei studi non sono terminati) che la razionalità sia un’area, uno spazio d’incontro tra pensiero tecnico e capitalismo (sovrapposizione che dà principio alla contaminazione reciproca). Una specie di “portale” da cui accedere per conoscere nuovi fondali di questa complicata vicenda. Razionale e irrazionale possono incontrarsi in un luogo molto lontano. C’è ancora tanto da dire…
- Intelligenza artificiale, metaverso, software come Chat GPT (un’applicazione che interagisce tra computer e linguaggio umano in modo generativo) sono innovazioni che penetrano negli stili di vita correnti applicando l’innovazione scientifica alle relazioni umane, alla comunicazione, all’informazione, all’uso e all’archivio dei dati, in modo sempre più diffusivo.
Ne deriva che sul piano comportamentale – per dirla con il Prof. Vittorino Andreoli – ci abituiamo più ad usare il cervello che abbiamo in tasca o a portata di mano che quello che abbiamo in testa. Ci sono problemi di metodologia della conoscenza, di validazione dei dati, di macchine e processi che si sostituiscono all’umano, come finora rappresentato e conosciuto.
Caro Professore, stiamo abbandonando la logica binaria di Pascal tra l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse?
Il moto accelerato di progressiva espulsione dell’umano dalle cose umane, non può che spingere verso uno stato non umano: uno stato in cui le caratteristiche dell’uomo sono spente. L’uomo, il suo pensiero, si è ricordato, è in gran parte irrazionale; la permuta alchemica del mondo, da naturale a digitale, implica la rarefazione dell’irrazionale, e, così, di ciò che ha ruolo rilevante nelle azioni umane. L’amore – nel sistema di valori che ancora riconosciamo – è irrazionalità; nel mondo succedaneo, vi sarà sempre amore, ma descritto con il ricorso ad un impianto assiologico alternativo, adeguato a un “sentimento” integralmente razionale (gli studi di Peter Singer e Savulescu ci proiettano in questa direzione). In altre parole, al povero Pascal sarà tolta la terra sotto i piedi!
Tutto ciò è semplificato dall’uomo che pensa meno. Ovvero, gradualmente accompagnato a dedicare sempre meno tempo al pensare: la tecnologia, infatti, gli offre un vastissimo campionario di opzioni per non pensare con il proprio cervello (Andrioli). In tale contesto, per la tecnica e i capitali investiti, poiché è meglio l’uomo che decide di non pensare, e che diventa consumatore di tecnologia (la più appetitosa), l’uomo “deve” non pensare. Se non pensa, e si affida – con una certa dose di acquiescenza – a chi ha già pensato per lui (il dispositivo), troverà chi, per quella ricusazione, lo giudicherà un “uomo migliore”, più intelligente, un uomo che è al passo con i tempi. Egli troverà, già confezionati, un assortimento di prodotti ulteriori, entusiasmanti, desiderosi di condurlo ai piani superiori della conoscenza e dell’intelligenza, via via più penetranti. Ma anche Pascal, a questo punto, immagino, avrebbe preso in considerazione (al di là delle provenienze del sapere, cuore o testa) almeno due esiti sociali angosciosi:
- l’induzione a delegare il proprio pensiero alla macchina, quando diventa abituale (ed è ciò che accade), produce effetti sul funzionamento del cervello, sulla sua plasticità: abituarsi a non pensare provoca alterazioni e disturbi. In generale, provoca cause di regresso cognitivo.
- Il fatto è che se, da un lato, inconsapevoli moltitudini di non pensanti abituali si trasformeranno in “uomini a pila” (intelligenti fino a quando è carica), da un altro lato, vi sarà chi potrà, viceversa, continuare a sviluppare la propria intelligenza naturale, ovvero, continuerà a pensare (a rimanere uomo). Credo di poter dire che assisteremo alla più incivile forma di regresso sociale: una piccola aliquota di persone crescerà in intelligenza e penserà per il resto, sempre meno intelligente, sempre più dipendente, e, perciò, offeso. Una discriminazione incrementale, ben più grave e umiliante rispetto a quella economica tra ricchi e poveri, che, non senza ipocrisia, sentiamo intercalare, abitualmente, nei discorsi politici.
- Il tema da Lei così acutamente considerato richiama comportamenti individuali, organizzazione sociale, funzionamento delle istituzioni, se mi consente gli stessi processi educativi e le metodologie didattiche in uso nella scuola.
Finora abbiamo considerato la cultura come un valore ereditato da conoscere, studiare, applicare, utilizzandola come transito innovativo verso emancipazione, progresso, sviluppo della capacità critica e creativa. Trovo che in ambito formativo una prevalenza di algoritmi, formule, piattaforme predeterminate limiti i processi di conoscenza individuali a cominciare dal linguaggio, determinando una sorta di impoverimento lessicale. Già Tullio De Mauro in Italia e Tony McEmery, un linguista dell’Università di Lancaster si erano occupati del vocabolario povero in uso tra gli adolescenti. Non pensa invece che si tratti di una complessa deriva di aggiornamento linguistico mutuata dall’uso intensivo dell’inglese, dal web, dai social, di un processo storico, dunque, inarrestabile?
Quanto siamo lontani dalla querelle tra Tolstoj e Dostoevskij sulla ricerca della «parola nuova» che ha caratterizzato la letteratura del 900?
La neologia, al di là delle dinamiche di formazione, ben descritte nella letteratura dei linguisti (apporti, calchi, prestiti, forestierismi etc.), è intesa come un fenomeno largamente interpretabile e osservato da tempo. Vi sono autorevolissime doglianze. Ricordo, ad esempio, anche la lezione sull’Esattezza, di Calvino:
«Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze».
Sul punto, anch’io mi sono fatto un’idea. E l’idea, prima ancora degli apprezzamenti sul “design” della parola, valuta il neologismo: a) in quanto tale, e nel b) nel suo scopo, se c’è, più generale.
Nell’era del colonialismo tecnico dell’umano non potrei avviare la riflessione, con sospetto, che da qui.
Sono piuttosto convinto che la forza, che scaturisce da tecnica e capitalismo, assuma la parola nuova come strumento (tra i molti) per accelerare il processo di trasformazione del mondo naturale in mondo digitale. La parola nuova, anzitutto, è atto creativo: occasione, quindi, per insinuare elementi che condizionino l’opera complessiva del linguaggio. Per alcuni studiosi la lingua dà una visione del mondo, e la visione del mondo dà la lingua (Daroy, Cardinale, Gheno). La parola esprimerebbe una porzione di tale visione. Due autorevoli studiosi (Tomasello, Enfield), inoltre, dai lavori di J.L. Austin e P. Grice, hanno sviluppato la tesi del linguaggio come atto sociale di azione congiunta e coordinamento.
«Le parole»– afferma Enfield – «e le costruzioni linguistiche servono a regolare dispositivi, per creare e rafforzare valori e obiettivi condivisi e per avviare e sostenere l’azione congiunta. Il linguaggio agisce così sull’ascoltatore: lo persuade, lo spinge all’azione e contribuisce a formare legami e affiliazioni sociali».
La parola, dunque, si candita, quasi per natura, ad essere concepita dalla Tecnica come veicolo per l’affermazione del suo pensiero. In che modo? Si insinua nell’atto creativo. Come? Con un contributo causale: l’innesto di un carattere che porta, all’interno dello scopo primario della parola, ossia, il trasferimento dell’informazione (la comunicazione in senso stretto), la causa di uno scopo ulteriore, uno «scopo secondo»’: la tecno formazione, come esito provocato dall’azione sociale. Come potrebbe riuscirci? Agisce: 1) sulla formazione e 2) sull’architettura della parola.
- Formazione: la concepisco alla stregua di rottura eventuale tra significante e significato originario; recisione delle radici: es., il termine «spoilerare» ha radici che hanno significato diverso dal significato che viene attribuito comunemente);
- Architettura: la parola deve possedere velocità, immediatezza, superficialità, tali da rendere inutile l’interpretazione e comprimere il campo semantico: l’interpretazione è occasione di pensiero. La parola «linkare», ad esempio, è veloce, non fa pensare, è univoca.
Da questa prospettiva, la parola si fa alimento: cibo per il pensiero che deve dominare l’uomo; la lingua, la cucina; la rete, i social etc., ambiti di ristorazione.
Riflessione, controllo (meno disinvoltura) sull’ingresso di nuove parole e il loro abuso nella lingua, potrebbero, in casi particolari, innescare qualche beneficio sull’attenuazione della velocità di colonizzazione di tecnica e capitalismo.
- Caro Professore, come valuta l’influenza esercitata sulle relazioni umane dai social che sono un mix tra processo e prodotto, tra tecnica e tecnologia, mettendo in circolazione presso un target ormai universale dati e informazioni, modelli esistenziali e stili comportamentali che nulla hanno di fondamento etico. In che misura può essere esercitata una sorta di controllo tecnico e istituzionale che supporti il controllo sociale, che di fatto oscilla tra la reazione scomposta e l’indifferenza?
Ci vorrebbe la politica, ma questa, ormai, è scomparsa da lunghi anni. E prima ancora della politica, i cittadini, anch’essi scomparsi. L’una e gli altri liquefatti in celle di egoismo. Miope. Chiuso. Gretto. E da quello stato, incapaci di comprendere la contemporaneità.
Non impegnarsi per mettere a fuoco l’agire psichico e colonizzante di tecnica e capitalismo, vale a diventare del tutto funzionari del loro apparato. Mezzi e oggetti di consumo. Ignari oppressi.
La politica, in particolare, ha perduto la capacità di affermare e difendere gli interessi dei cittadini perché i cittadini hanno perduto la capacità di capire quali siano gli interessi, cosa realmente debba essere considerato “interesse”.
Soltanto una domanda, al riguardo: qualcuno – nel dibattito politico – si è posto con serietà, e, dunque, anche in senso giuridico, se sia arrivato il momento di riconsiderare il concetto di «funzione sociale della proprietà e dei mezzi di produzione»? Siamo sicuri che certe tipologie di impresa debbano andare avanti ad essere tutelate come altre?
Lo smarrimento a cascata dell’attitudine a focalizzare le cose, come detto, ha radice nel silenzioso contagio psichico del pensiero umano. Ogni intervento di cambiamento non può che cominciare da qui. Da questa cognizione. Dai fatti generatori del processo di trasformazione tecnica e capitalista del mondo.






