1.

Innanzitutto ringrazio la Rivista per aver voluto accogliere questo breve contributo frutto dell’inquietudine e delle personali riflessioni relative ad una domanda apparentemente fuori luogo. Esiste ancora una questione penitenziaria[1]?

La domanda suona banale, scontata se non addirittura provocatoria.

Verrebbe da dire che sì, ovviamente, esiste una evidente questione penitenziaria in Italia, tanto se ne dibatte e se ne scrive mettendone in luce i nodi critici che travagliano il nostro sistema carcerario.

Ma è esattamente sull’onda di questo dibattito, nei suoi contenuti e nelle sue formule, che nasce l’inquietudine e la conseguente cosciente e voluta provocazione.

L’anno che è passato è coinciso con il cinquantenario della Riforma penitenziaria del 1975, quella che aveva risposto, giustappunto, alla questione penitenziaria che aveva caratterizzato i primi trent’anni della nostra storia repubblicana, costellata di violente e spesso sanguinose rivolte all’interno del sistema penitenziario di quegli anni.

Eventi drammatici che facevano da contrappunto a condizioni di vita inumane e ad una pena ancora ispirata agli stilemi repressivi fascisti e alla subordinazione dei custoditi ai loro custodi.

Una parte di quelle rivolte, soprattutto a partire dagli ’60 e fino a tutta la metà degli anni ’70, aveva l’obiettivo non solo di resistere agli insulti di una vita coatta umiliante ma anche di dare spallate alle indecisioni, alle resistenze e alle paure, che bloccavano la politica parlamentare e il processo di riforma concepito dall’Assemblea Costituente ed incardinato all’articolo 27 della nostra Carta Fondamentale.

Ebbene dopo cinquant’anni, la più parte dei quali trascorsi in una sostanziale pax carceraria, ci si è ritrovati in celebrazioni smarrite in un dibattito variamente orientato, seppur unificato dalla delusione e dallo sconforto rispetto all’attuale situazione penitenziaria. Una situazione che ripropone, oramai da molti anni, tensioni e fibrillazioni che si davano, o si auspicavano, superate per sempre in ragione di una politica penitenziaria umana e finalizzata al reinserimento sociale.

Nelle celebrazioni e nei convegni c’è chi si è limitato a ripercorre l’evoluzione storica delle norme senza infilarsi nella evidente contraddizione tra il detto e l’esistente, chi di fronte alla drammaticità corrente ha semplicemente ribadito i capisaldi ideali di quello che è spesso chiamato il “carcere della Costituzione”, chi ha cercato di proporre il loro rilancio senza però contestualizzare più di tanto le azioni prospettate, chi tale situazione ha descritto analiticamente senza, tuttavia, riuscire a proporre interventi modificativi praticabili o indirizzandosi decisamente verso la prospettiva abolizionista tout court.

In un verso o nell’altro ciò che ha accomunato tutte queste interpretazioni è stata l’amara presa d’atto del tradimento di quella promessa, ossia quella di fare della pena non un momento di mera neutralizzazione quanto, piuttosto, un’occasione per riallacciare i fili di una convivenza stravolta dal delitto con un lavoro sulla persona con il contributo di una società attiva e consapevole in un contesto che rispettasse dignità ed umanità.

Conscio delle critiche che mi posso attirare debbo, tuttavia, essere sincero in ragione del malessere che mi coglie nell’assistere agli eventi.

2.

Questo dibattito sul “mondo carcerario” non mi ha particolarmente appassionato perché non è riuscito ad innovarsi nel corso del suo svolgimento e, soprattutto, non è riuscito ad indicare strade praticabili di fronte alla precarietà dell’esistenza di decine di migliaia di persone in carcere[2].

Peraltro, l’occasione del cinquantenario si inserisce perfettamente, replicandone forme e contenuti, e altro non poteva essere, nel più ampio confronto pubblico sul carcere che si è svolto negli ultimi anni. Un dialogo spesso appesantito, ripetitivo, a tratti stantio e stereotipato, incastrato tra snodi concettuali e parole d’ordine spesso diametralmente opposte quanto accomunate dalla loro scarsa duttilità concreta.

Agli ingravescenti sintomi della crisi del sistema penitenziario italiano, peraltro incastonata in quella più generale della Giustizia, vengono proposte le soluzioni più diverse, anche in questo caso tra loro antitetiche in conseguenza delle diverse letture fenomeniche sulle quali si fondano.

L’accelerazione della comunicazione odierna, la sempre maggiore semplificazione degli eventi e la radicalizzazione dell’attivismo, da una parte e dall’altra, ha via via eroso una bella fetta del sapere esperto, lastricando la strada della conoscenza di invettive e di riforme ideali spesso incoerenti rispetto alla complessità del sistema sociale, giuridico, economico e politico entro il quale il sottosistema penitenziario si colloca.

Aleggia in molti lo smarrimento dovuto alla difficoltà di comprendere perché il carcere abbia assunto le forme e le modalità attuali lasciandoci sgomenti di fronte ad un trend che pare irreversibile.

L’impressione è quella di vivere un grave stallo in assenza di concrete prospettive di riforma e, prima ancora, di visioni a disposizione.

Infatti, se è relativamente semplice ricostruire la storia penitenziaria passata, più complesso è interpretare quella odierna e decisamente improba è la possibilità di prevederne lo sviluppo futuro.

Molte delle teorie, anche quelle più importanti, che a partire dagli anni ’40 dello scorso secolo hanno interpretato il carcere negli anni passati[3], orientando il pensiero e l’azione di studiosi e riformatori, oggi mostrano il segno del tempo. Le loro coordinate non collimano più con le mutate condizioni di molte variabili interne ed esterne alle cinte murarie delle carceri e le vie da loro tracciate si perdono concretamente nelle lande desolate dell’inedia neutralizzante che contraddistingue ormai gran parte del panorama penitenziario.

Anche da questo dipende l’annaspare di commentatori, anche quelli più critici, i quali legati a quelle teorie possono diventare preda di quello che uno dei maestri del pensiero penale e penitenziario italiano, Massimo Pavarini, definì come una sorta di “patafisica penitenziaria” in ragione della difficoltà di trovare strade teoriche capaci di reggere le sfide dei tempi[4].

Sembra incredibile ma è come se la rilettura dell’attuale situazione penitenziaria scontasse, in generale, una sorta di automatismo cognitivo che avviluppa la critica, ne restringe la visione a quadri stereotipati di pensiero, dà per scontato che i presupposti teorici e fattuali sui quali si è fondato il nostro ordinamento penitenziario abbiano immutata validità, con l’effetto paradossale di limitare l’effettiva possibilità di uscire dalle secche di un sistema penale e penitenziario oramai in profonda crisi con proposte nuove e soprattutto realizzabili.

Se l’ambito penitenziario è così in crisi, verrebbe da dire, con molta probabilità qualcosa in quei presupposti dovrebbe essere rivisto, aggiornato, riconsiderato e non dovrebbero essere solamente riproposti in ragione della bontà ideale che originariamente avevano.

3.

Succede così che, presentando un’analisi dell’evoluzione del pensiero del più importante sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria e della deriva centrifuga che questo ha indotto spostando sempre più le sue funzioni in attività di polizia, di controllo e di investigazione dentro e fuori dal carcere a discapito di quelle trattamentali[5], ci si sente chiedere come sarebbe finita se tale torsione fosse stata adeguatamente interpretata?

In effetti, quell’analisi si concludeva con la proposta di sganciare la Polizia penitenziaria dalla diretta gestione della popolazione detenuta, fatte salve le funzioni strettamente legata alla sola sicurezza, inserendo all’interno delle strutture penitenziarie un corpo di operatori civili, dotato di competenze psico-sociali e in un numero sufficiente, al fine di garantire l’accoglienza, la conoscenza e il trattamento adeguato.

Si riproponeva, in questo modo, la visione organizzativa della funzione trattamentale che aveva portato alla riforma dell’Amministrazione penitenziaria italiana del 1990[6].

Ripensandoci, nei giorni successivi, mi sono tuttavia reso conto che, forse inconsapevolmente, quella domanda aveva aperto un importante spazio di riflessione tutto da colmare.

Mi sono infatti convinto che anche se con la trasposizione di un Corpo civile, quale quello prospettato nelle conclusioni dell’analisi, ad uno irrimediabilmente di polizia si potrebbe, forse, migliorare la relazione interpersonale, l’attenzione alle problematiche soggettive delle persone detenute e la gestione delle attività trattamentali in collaborazione con entità esterne, tutto ciò non sarebbe bastevole a trasformare il carcere in qualcosa di diverso da quello che purtroppo oggi è. Probabilmente migliorerebbe il livello di umanizzazione, seppure anche questo sarebbe tutto da dimostrare attese le dinamiche perverse delle comunità coatte, che contengono una umanità fragile, dolente e disturbante, anche quando si affianca ad essa un personale specificatamente preparato.

Si pensi, a tal proposito, alle non rare vicende di violenza e disumanità nei confronti di persone anziane nelle RSA o nei confronti di bambini nelle scuole d’infanzia e, più in generale, alle riflessioni svolte da Zimbardo a seguito del suo noto esperimento condotto a Stanford[7]. Al contrario, si pensi al livello di aggressività contro il personale sanitario in ambito ospedaliero ed ambulatoriale e alla progressiva richiesta di controlli di polizia e di inasprimento delle pene nei confronti dei loro aggressori.

In ogni caso, come detto, non sarebbe sufficiente per trasformare radicalmente il carcere e dare piena attuazione al mandato del reinserimento sociale delle persone ivi contenute.

Detto in estrema sintesi, non basta cambiare gli attori per cambiare il finale della commedia se non si riscrive un copione agganciato al mondo che evolve.

Se così è, quindi, a quella domanda bisognerebbe amaramente rispondere che sì, probabilmente, anche adottando quella proposta l’esperienza detentiva non sarebbe poi in fondo così diversa da quella attuale.

Sono quindi convinto che sia oltremodo necessario dotarsi di prospettive nuove, diverse da quelle tradizionalmente adottate, se si vuole un cambiamento.

4.

Storicamente la funzione del carcere è sempre stata associata a visioni orientative ed interpretative che l’hanno condizionata. Come è noto, il legame con i sistemi di produzione l’ha caratterizzato a partire dalle sue prime forme conosciute e il disciplinamento delle masse ai margini di quei sistemi che, via via, assumevano forme diverse e più progredite, ha rappresentato una delle funzioni principali. Ancora a metà degli anni ’70 dello scorso secolo il nostro ordinamento penitenziario ha assunto una visione trattamentale che vedeva nell’istruzione e nel lavoro due travi portanti della visione “rieducativa” della pena[8].

Autori come Rusche e Kirchheimer, Foucault e Pavarini e Melossi[9], per citare i più noti, sono stati per decenni gli osservatori critici di riferimento svelando la funzione economico e disciplinare latente dell’incarcerazione.

Altri teorici hanno esaminato la funzione deterrente della pena in carcere ponendo in relazione la condizione detentiva con quella dell’operaio marginalizzato nel sistema industriale evidenziando il rapporto che deve intercorrere tra le due condizioni per rendere “giusta” ed “efficiente” la funzione pena[10].

Con strumentari di questo genere si è affrontato il trattamento penitenziario e il reinserimento sociale dei condannati salvo, ad un certo punto, rendersi conto che i conti non tornavano più.

Ecco, quindi, lo smarrimento di molti in occasione del cinquantenario della promulgazione dell’Ordinamento penitenziario e l’invettiva consapevole al suo tradimento.

Minor grado di consapevolezza ha caratterizzato la questione della tenuta e dell’attualità delle teorie a fondamento di quella visione e la difficoltà di prospettarne il destino futuro.

Eppure, gli effetti della crisi sono sotto gli occhi di tutti a partire dalle caratteristiche ricorrenti della popolazione detenuta: migranti, tossicodipendenti, persone con problemi psichici, disturbi comportamentali e tassi di recidiva elevati, segno di ciclici percorsi esistenziali che ripetutamente attraversano nelle due direzioni la soglia del carcere al punto da diventare una vera e propria condizione esistenziale, una sorta di destino segnato ed irrevocabile.

Sono passati ventidue anni da quando Wacquant scrisse Punire i poveri[11]. Fu il primo che, osservando la crescita esponenziale ed il taglio razziale dell’incarcerazione negli Stati Uniti, intuì che questo si legava al nuovo scenario economico neo-liberista e al fatto che, in questo paesaggio economico, una parte della popolazione ne veniva intrappolata e spinta alla precarizzazione.

In questo scenario il carcere riacquistava una nuova funzione regolatrice. Non si trattava più di riabilitare quanto piuttosto di incanalare le masse dequalificate ai lavori fragili e discontinui agendo in parallelo ad un assistenzialismo sempre più povero e penalizzante.

A suo stesso dire, in quel momento storico, la sua analisi era necessariamente ancora provvisoria e necessitante di ulteriori verifiche ma il tempo ha dimostrato la validità dell’intuizione, pur con delle differenze non indifferenti tra il contesto statunitense e quello europeo.

Altri Autori hanno portato avanti l’analisi di Wacquant anche in Italia come ad esempio, per citarne alcuni, Alessandro De Giorgi e Lucia Re[12].

Anche per loro è oramai chiaro il fatto di essere entrati in una nuova fase della penalità, di aver superato una soglia che dal carcere disciplinare si è spinta anche oltre a quella della precarizzazione indicata da Wacquant, sino ad approdare a quella della neutralizzazione vera e propria.

5.

È quindi ormai accertata la progressiva consapevolezza della mutazione strisciante quanto radicale della funzione del carcere.

È come se i vari Autori che se ne sono occupati avessero acquisito, via via, nuovi elementi per poter descrivere il presente del carcere. Ognuno di loro ha evidenziato elementi fondamentali per poter procedere ma rimangono alcuni interstizi tra i vari contributi che è necessario colmare se si intende affrontare organicamente l’attuale questione penitenziaria e i suoi possibili sviluppi.

In particolare, sono ormai noti i diversi legami intercorrenti tra il sistema produttivo e le nuove funzioni penitenziarie, la povertà e la marginalità quali caratteristiche pregnanti dell’attuale popolazione detenuta ed il correlato aumento della sua fragilità personale e sociale, la difficoltà ad uscire dalla deriva recidivante di coloro che entrano nel circuito penitenziario, i meccanismi legislativi e processuali che ingenerano filtri selettivi nel corso dell’intera vicenda che dall’arresto portano al processo e alla sanzione penale ed infine alla sua gestione esecutiva.

Tuttavia un senso di incompiutezza aleggia, soprattutto rispetto ad alcune domande fondamentali. Perché è avvenuto tutto questo?

Perché si puniscono i poveri?

Com’è possibile che un ordinamento giuridico riesca a selezionarli a parità di reato rispetto ad altre categorie?

E ancora, in questo stato di cose, che funzione svolge realmente il carcere e che significato può assumere il trattamento penitenziario che ancora oggi viene visto dai più come l’aderente traduzione della pena delineata dalla Costituzione?

Ed infine, soprattutto, come sarà possibile, se lo sarà, modificare questa situazione contrastandone lo spirito neutralizzante che oramai caratterizza l’azione nei confronti di una massa crescente di persone che vi fanno ingresso?

È come se fosse giunto il momento di assommare dati e punti di vista in modo da legarli tra di loro sino a raggiungere una organicità sufficiente a costituire un nuovo modello interpretativo che possa fondare le proposte per un cambiamento.

Come spesso succede serve però un catalizzatore per amalgamare gli ingredienti e generare un elemento nuovo e, come altrettanto spesso avviene, questo collante si può trovare casualmente e fuori dal nostro tavolo di lavoro ordinario.

Dal mio personale punto di vista, in tal senso, ritengo di grande utilità il pensiero di Zygmunt Bauman che, come noto, di carcere non si è mai occupato avendo centrato la sua opera sull’analisi della modernità e dei suoi effetti sociali.

Nella sua analisi ritroviamo un punto di vista diverso ma centrale per rileggere i meccanismi perversi di quel neo-liberismo che tanta parte hanno nel nuovo, massivo e selettivo, modo di punire.

È in questo filone che credo si possano trovare le risposte che ci servono per rinserrare i tasselli teorici e fattuali del nostro quadro, a partire dal fatto che la modernità, che caratterizza ormai il mondo globalizzato, genera scarti non solo di produzione ma anche umani.

La velocità con la quale il lavoro ha sempre meno necessità dello sforzo umano, la facilità con la quale la produzione si sposta velocemente di territorio in territorio in ragione della necessità di assicurarsi il contesto ove spuntare i costi più bassi, la precarietà e l’espulsione dai processi produttivi, sono tutti fattori che mietono milioni di vittime che vengono messe ai margini e spesso al di fuori della cittadinanza e dei diritti ad essa connessa.

Non si tratta, secondo Bauman, di semplici “disoccupati” ma di veri e propri “esuberi umani” rispetto ai quali è scemato l’interesse per una loro ricollocazione nel sistema produttivo, viceversa caratterizzato da processi di espulsione e precarizzazione sempre più importanti[13].

Persone che non sono attrattive neppure rispetto al sistema del consumo compulsivo dei nostri giorni, private, come sono, dei mezzi di sostentamento.

Non sono questi gli unici effetti che lo studioso polacco ha sottolineato. In un mondo in perenne e veloce divenire il rischio di vedersi espellere non riguarda solamente più le classi da sempre considerate meno abbienti e maggiormente a rischio di marginalizzazione. L’innovazione rende tutti più precari e meno sicuri del proprio destino.

È stato ben chiarito che il sentimento di insicurezza, sul quale si fondano le politiche populiste securitarie è frutto di uno strabismo che si focalizza sulla paura di essere aggrediti e depredati ma che, in realtà, affonda le sue radici nella terrificante consapevolezza della precarietà senza rete che riguarda o può riguardare larghi settori della nostra società.

È ormai evidente a tutti che lo Stato per come è stato conosciuto, almeno fino all’inizio degli anni ’70, ovvero quell’entità in grado di assistere i propri cittadini integrando i loro bisogni con i propri servizi, non esiste più.

La globalizzazione ha, via via, eroso quella sovranità economica sulla quale si basava la possibilità di garantire la sicurezza dei propri cittadini di fronte ai potenziali e concreti incidenti che la vita può comportare.

Questo ha fatto venir meno gran parte della legittimazione dell’apparato statuale al punto che, per ovviare a tale disaffezione, non è rimasto che esaltare l’unica funzione rimanente, quella della protezione della sicurezza fisica e dei beni.

Il populismo in generale, e quello penale in particolare, si fonda su tale conversione ma non riguarda solo alcune parti politiche.

È oramai un mantra diffuso che genera consenso.

Lo studio dell’evoluzione della legislazione penale italiana ha permesso di stabilire che, a partire dalla metà egli anni ’70, sono progressivamente aumentate, in ragione di emergenze, vere o presunte, le fattispecie penali e, nel contempo, sono lievitati anche i limiti edittali delle pene.

In parallelo sono tuttavia anche aumentati i riti processuali e le misure di diversion ed alternative che calmierano l’ondata punitiva.

Tale calmieramento, tuttavia, agisce sulla base di procedure, giudizi e valutazioni, legati al possesso di risorse personali e caratteristiche connesse al più ampio concetto di cittadinanza.

Da questo meccanismo perverso deriva la soccombenza penale di tutti coloro i quali non riescono a rientrare in questo schema.

Questo spiega il profilo preponderante della popolazione detenuta attuale, la sua marginalità e fragilità, peggiorate dall’essere intrappolati in un sistema giudiziario e penitenziario che non si occupa più di loro, al di là dei proclami e dei richiami alla Costituzione.

Il trattamento penitenziario, seppur presente, svolge sempre più e quasi esclusivamente una funzione umanizzante, permettendo un minimo di mobilità interna, di contrasto all’ozio assoluto e di acquisizione di qualche competenza, ma sempre meno finalizzato concretamente al reinserimento sociale.

6.

Nonostante questo, si continua ostinatamente a parlare di trattamento e di reinserimento sociale in molti convegni ed incontri pubblici esaltando obiettivi e risultati senza troppo tener conto della loro limitata portata rispetto al molto più ampio bacino di riferimento.

Gioca in tutto questo un certo livello di autoreferenzialità degli attori coinvolti e una limitata consapevolezza che quegli stessi meccanismi di selezione che consentono quei risultati premiano le parti più forti ed attrezzate della popolazione detenuta ed escludono, contestualmente, quella più fragile e problematica.

C’è da chiedersi cosa ne avrebbe pensato Franco Basaglia che, nel volgere della sua esperienza, giunse a pensare di occuparsi anche del carcere. La sua morte prematura gli impedì di sviluppare tale ipotesi ma, con molta probabilità, avrebbe criticato qualunque tentativo riformista tacciandolo come una forma di obnubilamento della realtà.

Non che l’umanizzazione di un tale serraglio sia da condannare, anzi, ma occorre avere consapevolezza dei meccanismi nei quali questa viene posta in essere.

Anche Basaglia affrontò e contrastò la disumanizzazione manicomiale ma ben presto comprese che questa attività, seppur necessaria ed imprescindibile, se fosse rimasta fine a sé stessa, avrebbe rischiato di oscurare il vero problema di fondo, legittimando in tal modo e paradossalmente l’esistenza del manicomio e la perdita della libertà e della dignità dei suoi ricoverati.

Le persone internate erano lì per il disturbo che la loro malattia creava e qualunque tentativo di migliorare la loro condizione all’interno di quei recinti era sicuramente lodevole a patto che, nel contempo, non si perdesse di vista che erano lì non tanto per essere curate quanto, piuttosto, per soddisfare la necessità sociale di non dover subire il loro disturbo all’interno delle loro famiglie, nelle loro comunità, nelle strade e nelle piazze.

La proposta che, faticosamente, uscì dalle riunioni collettive nei padiglioni dei manicomi che ha diretto fu quella di non accontentarsi di rendere più umana la disumanità ma di andare alle sue radici, al rifiuto dei disturbanti da parte di coloro che ne erano disturbati.

Egli intravvedeva il rischio dell’assuefazione e dell’autoassoluzione in una parte dei suoi interlocutori, anche di alcuni dei suoi più stretti collaboratori, che si dichiaravano soddisfatti dei risultati raggiunti, esattamente così come, oggi, molti celebrano gli sforzi, costosissimi quanto parziali, di portare attività all’interno del “cimitero dei vivi” o dei precari inserimenti esterni frutto, peraltro, di processi selettivi alla ricerca di una tutelante affidabilità nei suoi predestinati.

Proviamo a pensare che Voltaire, contrariamente a quanto comunemente detto, per valutare la civiltà di un paese fosse incuriosito dal suo carcere e non dai suoi palazzi, non solo in ragione del trattamento riservato ai detenuti ma anche, e forse soprattutto, per comprendere chi e perché venisse rifiutato e respinto dal consesso sociale di quello stesso paese per essere relegato all’interno dei suoi recinti penali.

Credo sia innegabile affermare che la civiltà di un paese passi anche dalla sua capacità di accogliere e sostenere le persone che ne fanno parte, senza discriminarle e rimuovendo gli ostacoli che si frappongono alla loro crescita, alla loro realizzazione e alla loro libertà, almeno questo dice la nostra Legge Fondamentale.

D’altra parte però i meccanismi della globalizzazione spingono ai bordi delle società, e anche oltre, tutti coloro che non hanno e non possono avere un ruolo nel sistema produttivo e in quello del consumo.

Questo è ormai patrimonio della nostra percezione quotidiana e di questo ne siamo terrorizzati.

L’idea e la probabilità, non peregrina, di poter essere, prima o poi, esclusi e precarizzati a nostra volta, come già accennato, ci sconvolge al punto da voler a tutti i costi mettere la maggior distanza possibile da chi questa esclusione l’ha già subita perché ci ricordano il rischio incombente e perché temiamo le loro reazioni gravi od innocue, potenziali o reali, che siano.

Non dimentichiamo che soprattutto le classi medie sono esposte a questo fenomeno di erosione sociale e che sono queste stesse che, con la spendita del loro consenso politico, determinano le scelte populistiche penali degli Stati occidentali.

A maggiori paure ed insicurezze corrispondono maggiori richieste di penalità ed esclusione che, purtuttavia, non riusciranno mai a colmare le paure di depauperamento e di aggressione, in una spirale che, allo stato, pare impossibile da interrompere.

Detto questo poniamoci, per una volta, nei panni dei reietti.

Se teniamo conto delle parole di Bauman, una volta fatto ingresso nel circuito penale, sono scarse le possibilità di fruire un percorso di effettivo reinserimento sociale.

E se è così, e il tasso di recidiva è lì a testimoniarlo, quali possono essere i vissuti, le percezioni e le reazioni di questa massa di persone delocalizzate nel circuito penale?

7.

Ho già narrato[14] quanto avvenne nel carcere di San Vittore nel corso della rivolta del febbraio 2020, in concomitanza dell’espandersi della pandemia da Covid-19. Le rivendicazioni dei rivoltosi, contrariamente a quanto ci si attendeva, non riguardava tanto la diffusione virale quanto, piuttosto la libertà in una accezione molto particolare.

Conservo il ricordo fotografico delle mani di quella massa umana che ci fronteggiava che, attraverso le sbarre dell’ultimo cancello rimasto in piedi, ci allungava, perché li potessimo leggere, i decreti di rigetto delle misure alternative richieste nei mesi e nelle settimane precedenti la pandemia.

In buona sostanza esprimevano, in questo modo, il rifiuto del nostro rifiuto, sia dentro che fuori dal carcere, che per loro rappresentava la negazione di quel “diritto di apparizione”, citato da Donatella Di Cesare[15] che ognuno di noi ha in quanto persona.

Senza il suo libero esercizio le persone alle quali viene negato diventano veri e propri fantasmi, impediti nella loro essenziale volitività.

La trasversalità della condizione di rifiuto tracima dai recinti carcerari verso i moderni ghetti cittadini frutto della “gentrizzazione” delle città che penalizza, sino a impedirla del tutto, attraverso i meccanismi del mercato immobiliare, l’interazione tra sommersi e salvati.

Anche questo fenomeno è frutto della modernità scintillante che si fonda sull’attrattività delle opportunità concentrate sugli altari della finanza, dell’innovazione, dell’esclusività e dell’efficienza, a tutto discapito di chi non è, e non può essere, funzionale al sistema.

Qualcuno ha introdotto il concetto di “porosità” per descrivere la continuità afflittiva che attraversa e collega il carcere alla società esclusa.

Si è così demolito uno dei dogmi securitari che per anni ha sostenuto, attraverso il principio della less eligibility, la funzione deterrente della pena detentiva.

Chi si è spinto oltre ha sottolineato che per le frange più marginali il carcere può non più rappresentare un peggioramento delle proprie condizioni di vita e quindi non essere più vissuto come una minaccia[16].

Crolla così il mito assoluto dell’effetto deterrente del carcere ma si consolida, in una parte importante della sua popolazione, una identità del marginale che passa indifferentemente dal carcere ad una libertà parimenti deprivata come se quella fosse e dovesse essere la sua normale condizione di vita.

Dovremmo iniziare a considerare che la porosità e l’isolamento possono generare una identità che trova rinforzo anche grazie ai processi selettivi del nostro modo di gestire i processi di reinserimento sociale basati su criteri di affidabilità che confermano, a contrario, l’inaffidabilità degli esclusi.

E anche per coloro i quali sono riusciti a soddisfare tutti i criteri richiesti, rimane la precarietà delle soluzioni loro prospettate che non fanno di essi dei cittadini pienamente riconosciuti.

8.

C’è da chiedersi che sviluppi potrà avere una situazione di questo genere.

Non c’è ombra di dubbio sul fatto che la marginalizzazione e la semplice neutralizzazione contribuisce ad un aumento di pressione all’interno del sistema penitenziario, non solo in termini di rapporto tra spazi e persone quanto, soprattutto, in termini di gestione delle fragilità e delle scarse prospettive di queste persone.

Personalmente non credo che questo possa dare luogo ad una stagione di rivolte carcerarie quali quelle che hanno caratterizzato il decennio a cavallo tra gli anni ’60 e ’70.

Ne mancano i presupposti storico politici e la frammentazione della popolazione detenuta facilita derive minime di sopravvivenza e di reattività individuali piuttosto che forme organizzate di protesta.

Ciò non toglie nulla al fatto che, nel frattempo, giungono segnali politici ed organizzativi importanti che interessano il sistema penitenziario nell’ambito di un più ampio disegno generale centrato sulla sicurezza. Non può sfuggire, infatti, che negli ultimi anni vari interventi legislativi ed amministrativi hanno introdotto norme, principi e prassi, tendenti alla repressione del dissenso e del disturbo anche all’interno degli istituti di pena soprattutto per fronteggiare il malessere crescente della sua popolazione e, di riflesso, il disagio dei suoi custodi[17].

Parallelamente si assiste ad una deriva che tende all’accentramento delle decisioni e del controllo snaturando il decentramento amministrativo che ha rappresentato, per lunghi anni, la cifra di una Amministrazione che pensava fosse lo strumento adeguato alla gestione dei bisogni dei detenuti e per la valorizzazione delle risorse sociali dei vari territori per garantire loro una detenzione che non fosse vuota di contenuti ed opportunità[18]. Tutto ciò in un contesto che ha vieppiù sospinto il carcere nell’area della Sicurezza Nazionale e nel controllo capillare ed organizzato, per ora, delle frange più pericolose della popolazione detenuta, ovvero la criminalità organizzata e coloro i quali sono ritenuti a rischio di radicalizzazione terroristica di stampo islamico, ma, in prospettiva, è possibile immaginare un allargamento anche alla restante parte.

Nel frattempo si assiste all’irrigidimento dei circuiti penitenziari e al prevalere del controllo sul trattamento.

Non è un caso che si sia concretizzato un rafforzamento organizzativo dell’apparato poliziesco dell’Amministrazione penitenziaria e che tale apparato ormai rivendichi una distanza ontologica dal detenuto e cerchi, ed ottenga, di collaborare in modo strutturato con le altre Forze di Polizia in compiti decisamente lontani da quelli che si era assegnato trentacinque anni fa, nel momento in cui l’Amministrazione fu riformata in ragione della necessità di adeguare la macchina organizzativa ai compito a lei assegnati dalla Costituzione e dal successivo Ordinamento penitenziario.

9.

No, il carcere, nonostante molti lo sostengano, non ha fallito la sua missione.

L’ha decisamente cambiata.

Siamo passati da occuparsi delle persone detenute a difendersi da loro e la primavera del 2020 ha rappresentato un vero e proprio giro di boa per tutto quello che ha sdoganato in termini di narrazione, visione, rivendicazione, provvedimenti, accadimenti tragici.

Di questo si deve prendere atto e da questo occorre ripartire andando a decostruire il percorso di questa metamorfosi composta da scelte precise e da uno scenario che non può essere dimenticato.

Per occuparsi del carcere e della sua umanità rinchiusa occorre modificare quelle scelte così impattanti ed occuparsi necessariamente di quello scenario che, indubbiamente, ci porta molto lontano.

Ma se siamo insoddisfatti di come si è infranto il sogno di una pena umana e finalizzata al reinserimento dei condannati e neppure vogliamo accontentarci dei risultati di processi di selezione che ci possono apparentemente gratificare ma che, in realtà, lasciano al palo migliaia di esclusi, allora occorre prendere seriamente in mano il nostro complesso modo di fare civiltà e progresso ed orientarci in modo diverso.

Da questo punto di vista, in conclusione, forse è più comprensibile la provocazione. Non è più possibile parlare di una incipiente e grave questione penitenziaria se si omette e non si allarga l’analisi e l’azione ad una ancor più grave questione sociale e politica.

[1] Nel secolo scorso il dibattito politico italiano è stato scosso da diverse “questioni” ovvero da problemi strutturali, di natura estremamente complessa, da lungo tempo irrisolte nonostante la loro gravità e di interesse pubblico, per i riflessi che avevano nei confronti dell’intera società. Esse rappresentavano vere e proprie lacerazioni sociali che condizionavano lo sviluppo del Paese e per la cui soluzione l’intervento delle istituzioni era imprescindibile. Tali questioni, come quella “meridionale”, quella “manicomiale” e appunto quella “carceraria”, necessitavano non solo di interventi legislativi riformatori ma anche dello sviluppo di una coscienza collettiva che fosse in grado di sollecitare, ispirare e coadiuvare l’azione della politica e delle istituzioni. Il loro fondamento aveva natura sostanzialmente morale, ovvero ponevano l’accento sul senso di ingiustizia e di inciviltà che evocavano i temi e le condizioni umane oggetto del dibattito.

[2] Al 31 gennaio di quest’anno risultavano presenti 63.734 persone a fronte di una capienza pari a 51.271. Complessivamente, nel decennio che va dal 2015 al 2025, gli ingressi dalla libertà nel sistema penitenziario italiano sono stati ben 470.866 (fonte Ministero della Giustizia).

[3] Tra le più rilevanti si ricordano, ad esempio, quelle che hanno riletto la funzione della pena detentiva come strumento di controllo delle pretese economiche delle masse operaie libere o, ancora, quelle che hanno rimarcato la funzione disciplinante di quelle masse inoccupate in ragione dello sviluppo economico in modo da addestrarle ai nuovi compiti produttivi che la modernità imponeva.

[4] C. Sarzotti, Editoriale, in Antigone, In memoria di … Nils Christie e Massimo Pavarini, 2, 2015, p.9.

[5] P. Buffa, Narrazioni e distopie penitenziarie, Intra, Pesaro, 2024, pp. 318 e ss.

[6] Si veda in particolare il dibattito parlamentare che ha preceduto l’approvazione della legge 15 dicembre 1990, n. 395 – Ordinamento del Corpo di polizia penitenziaria. A tal proposito idem, pp. 13 e ss.

[7] S. Arcieri, G. Baer, M. Vizzardi, P. G. Zimbardo, Intervista a Philip G. Zimbardo – pt. 1. L’effetto Lucifero, in Diritto Penale e Uomo, 9, 2019,

[8] In particolare l’art. 15 della legge 26 luglio 1975, n. 354 e s.m. include tra gli elementi cardine del trattamento penitenziario il lavoro, l’istruzione e la formazione professionale.

[9] Tra i contributi più importanti di questi Autori si vedano, ad esempio, G. Rusche, O. Kirchheimer, Punishment and social structure, Columbia University Press, New York, 1939; M. Foucault, Sorvegliare e punire: nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1976; M. Pavarini, D. Melossi, Carcere e fabbrica, Il Mulino, Bologna,1976.

[10] In particolare si veda G. Rusche, O. Kirchheimer, Punishment and social structure, cit.

[11] L. Wacquant, Punire i poveri: Il nuovo governo dell’insicurezza sociale, DeriveApprodi, Roma, 2006.

[12] A. De Giorgi, Il governo dell’eccedenza: Postfordismo e controllo della moltitudine, Ombre corte, Verona, 2002; L. Re, Carcere e globalizzazione: Il boom economico negli Stati Uniti e in Europa, Laterza, Bari-Roma, 2006

[13] Z. Bauman, Vite di scarto, Laterza, Bari-Roma, 2005.

[14] P. Buffa, Carcere e Covid19: diario di una pandemia, Editoriale Scientifica, Napoli, 2022, p. 303.

[15] D. Di Cesare, Il tempo della rivolta, Bollati Boringhieri, Milano, 2020.

[16] F. Cerbini, Prison lives matter, Eléuthera, Milano, 2025.

[17] A titolo di esempio si può citare quello più macroscopico, ovvero l’introduzione del reato di «rivolta all’interno di un istituto penitenziario» (art. 415bis c.p.) che punisce con la reclusione da 1 a 5 anni chi organizza o partecipa a disordini, anche con resistenza passiva, commessi da almeno tre persona e che prevede pene aggravate in caso di violenze o minacce.

[18] Il decentramento amministrativo dell’Amministrazione penitenziaria è stato realizzato con la citata legge 395/90 che ha previsto l’istituzione dei Provveditorati Regionali ai quali sono stati affidati compiti di gestione e controllo precedentemente di competenza dell’Amministrazione centrale. Successivamente, con il riconoscimento della qualifica dirigenziale ai direttori degli istituti di pena e di quella dirigenziale generale ai provveditori regionali, si è completato il disegno di una organizzazione che prevedesse il momento decisionale vicina alla materia viva dell’Amministrazione penitenziaria, ovvero le persone detenute e i loro bisogni.

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