SOMMARIO: 1. Premessa: una nuova alba. ­– 2. Anthropic. Un nuovo metodo. – 3. Capacità teoriche ed utilizzo effettivo dell’IA: professioni e settori più esposti. – 4. Primi riscontri. ­– 5. Gli studi dell’OCSE e di Federprofessioni. –6. L’IA e la magistratura italiana: l’intervento del CSM. – 7. Intelligenza artificiale e filosofi. –8. Conclusioni.

  1. Premessa: una nuova alba.

La rapida diffusione dell’intelligenza artificiale (IA) ha condotto all’inevitabile profondo mutamento di alcuni settori produttivi. Se dapprima gli strumenti posti nella disponibilità degli utenti “generalisti” risultavano essere esigui e non particolarmente affidabili, negli ultimi anni si è assistito alla rapida introduzione di nuovi programmi e ad un miglioramento esponenziale delle capacità di quelli già esistenti: elementi questi che hanno condotto ad un inevitabile cambio di passo anche sul fronte lavorativo. Di conseguenza, già nell’attualità – e sicuramente ancor di più nel prossimo futuro –, alcune professioni risentono dell’impatto dell’IA sulle loro attività: in alcuni casi velocizzando e migliorando i loro “processi produttivi”, in altri casi trasformando di fatto il mercato del lavoro. Le riflessioni che ne scaturiscono sono quindi inevitabili e alcuni osservatori e/o centri di ricerca iniziano a pubblicare sudi, ricerche e analisi sull’argomento.

L’intento del presente lavoro è dunque quello di illustrare, in una sorta di sintesi, lo scenario attuale e prossimo futuro che scaturisce dall’esame di alcune delle principali indagini sul tema al fine di fornire una rappresentazione prospettica, auspicabilmente utile, sulla trasformazione in atto del “mondo” del lavoro e delle persone che in esso si troveranno ad operare.

 

  1. Anthropic. Un nuovo metodo.

Anthropic, una delle più importanti società di sviluppo di software di intelligenza artificiale, ha pubblicato nel mese di marzo 2026 lo studio Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence, che verrà costantemente aggiornato in futuro. Il progetto di ricerca si propone di monitorare l’evoluzione del mondo del lavoro alla luce dell’implementazione dell’impiego dell’IA nelle varie attività lavorative.

Per fare ciò, lo studio introduce un indicatore specifico chiamato «observed exposure», che combina i dati relativi all’utilizzo potenziale dell’IA con quello effettivo in determinati settori di impiego[1].

Pertanto, non si tratta di una previsione della direzione dell’evoluzione futura di determinate professioni, bensì di un’analisi dello status quo, che grazie ai costanti aggiornamenti consentirà, anche negli anni a venire, di monitorarne l’andamento delle singole attività professionali.

A fondamento di questo studio sono state poste fonti di varia natura ed una parte dei dati sono stati estrapolati dal database statunitense O*NET, una banca dati in continuo aggiornamento sostenuta dal U.S. Department of Labor. Il progetto contiene informazioni inerenti all’occupazione, non limitandosi a raccogliere i dati, ma analizzando i requisiti richiesti ai lavoratori e le caratteristiche delle varie professioni.

Inoltre, un importante contributo allo studio condotto da Anthropic, è fornito dalle informazioni di cui la stessa società dispone. In particolare, sono stati utilizzate le informazioni contenute nel report «Anthropic Economic IndexUnderstanding AI’s effects on the economy» a cui si è giunti esaminando il contenuto delle conversazioni degli utenti con il programma Claude. Nello specifico, la società statunitense ha analizzato in quali settori lavorativi e con quali modalità l’IA viene utilizzata sia negli Stati Uniti sia resto del mondo.

Infine, lo studio ha tenuto conto anche di precedenti stime inerenti alle mansioni che potranno essere svolte dall’IA, come quelle contenute nel report «GPTs are GPTs: An Early Look at the Labor Market Impact Potential of Large Language Models» (curato da Eloundou e al. e pubblicato nel 2023).

Da tale indagine, ad esempio emerge che le professioni maggiormente esposte all’influenza dell’IA sono quelle che accedono ai software di tipo LLM (large language model)[2] che possono ridurre di oltre il 50% il tempo necessario per lo svolgimento di un determinato compito.

Di conseguenza, lo studio «Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence» non si limita a combinare i dati in essi contenuti, ma li utilizza per dar vita, come si è detto, ad un nuovo metodo di osservazione (il metodo della observed exposure), sulla base del quale compie una nuova analisi, autonoma ed indipendente rispetto alle fonti utilizzate che, a parere di chi scrive, è utile monitorare e tenere in ampia considerazione.

 

  1. Capacità teoriche ed utilizzo effettivo dell’IA: professioni e settori più esposti.

Orbene, dall’indagine testé citata emerge una prima indicazione importante, ossia che l’effettivo utilizzo di software di IA nello svolgimento delle mansioni lavorative è, ad oggi, piuttosto lontano dall’uso potenziale dei medesimi strumenti in quegli stessi settori. Gli Autori del report sottolineano infatti come l’AI sia in realtà ancora lontana dal raggiungimento delle proprie capacità teoriche, essendo di fatto impiegata solo in una minima percentuale.

Le ragioni di tale discrepanza, tra le potenzialità dell’IA ed il suo effettivo utilizzo, sono plurime e dovute a cause anche molto diverse tra loro, come i limiti connessi ai modelli stessi, la presenza di vincoli di carattere giuridico o la carenza di software specifici. Inoltre, in alcuni settori, è necessaria la verifica umana del prodotto, fermo restando che nel prossimo futuro anche l’AI evolverà e sarà sempre più autonoma.

Ad ogni modo, il documento, tramite il grafico riportato di seguito, mostra quali sono le professioni che risultano essere maggiormente esposte al cambiamento derivante dall’utilizzo dell’AI nei medesimi settori, tenendo conto di diversi indicatori.

Lo svolgimento di alcuni compiti, infatti, potrebbe essere accelerato fino al doppio, rispetto al proprio livello attuale, grazie all’impiego di modelli di tipo LLM.

Gli autori hanno quindi considerato in quali aree professionali è effettivamente possibile osservare un utilizzo reale dell’IA e, rispetto a tali ambiti, ne hanno osservato il concreto utilizzo. Per agevolare la comprensione del divario tra utilizzo potenziale ed effettivo e per poter avere un’immagine chiara di tale gap (e di come cambierà in futuro), gli autori hanno elaborato il grafico di seguito riportato.

Come si può notare, le professioni considerate sono state raggruppate in aree omogenee, in particolare (partendo dal vertice del grafico e muovendosi in senso orario) sono rappresentati dapprima impieghi che richiedono scarse abilità pratiche in favore di maggiori abilità intellettive, per seguire con attività prevalentemente manuali (manutenzione delle infrastrutture di terra, cura della persona, vendite…).

L’uso potenziale dell’IA viene evidenziato in blu, mentre quello effettivo (al momento dello studio) in rosso. Tale modalità di rappresentazione grafica risulta particolarmente intuitiva ed efficace dal momento che gli aggiornamenti futuri dello studio consentiranno un rapido raffronto tra i vari grafici.

 

Inoltre, si osserva una maggiore esposizione in quei settori in cui è possibile che in futuro alcune attività divengano interamente o parzialmente automatizzate. Un esempio, ormai divenuto paradigmatico, è quello delle attività di programmazione di software, che risultano essere in assoluto quelle maggiormente esposte. All’opposto, in altre professioni la possibilità di automazione dei compiti oggi svolti dall’uomo è particolarmente scarsa, risultando così minore l’esposizione di quegli impieghi. Esempi di queste attività lavorative sono la manutenzione, le costruzioni, il trasporto di beni e persone…

Riassumendo le osservazioni contenute nel report relative ad alcune singole attività lavorative, maggiormente a rischio risultano essere i programmatori informatici, gli operatori dell’assistenza alla clientela, gli operatori deputati all’inserimento di dati in sistemi informatici ed altre figure professionali i cui compiti sono caratterizzati da un utilizzo intensivo di strumenti digitali e da una certa ripetitività. Viceversa, meno esposti ad un livello di rischio elevato risultano essere i meccanici, gli operatori della ristorazione e i bagnini.

È imprescindibile dedicare un approfondimento all’esposizione delle attività legali, anche con riguardo a ciò che emerge dal lavoro. Lo studio concede poco spazio, invero, al settore legale, ritenendo che l’esposizione delle professioni giuridiche sia per ora limitata. In particolare, gli autori ritengono che taluni compiti siano difficilmente demandabili all’IA, quali ad esempio la rappresentanza in giudizio dell’assistito da parte del difensore.

In realtà, va rilevato che le attività afferenti al settore legale non si limitano alla sola attività difensiva in giudizio e non si esauriscono nella sola professione dell’avvocato, che a sua volta si compone anche di compiti astrattamente delegabili ad una IA (si pensi alla redazione di atti e contratti o alle ricerche giurisprudenziali).

Proprio il verificarsi di alcuni casi di utilizzo improprio dell’IA in Italia ha portato il consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma ad emanare un vademecum con il quale sono state indicate le corrette modalità operative, ponendo indirettamente in evidenza anche le principali criticità.

Anzitutto l’IA non può che rivestire un ruolo meramente supportivo rispetto all’operato del professionista e costui è tenuto a verificare che il programma usato sia conforme alla disciplina europea ed italiana e ad assicurarsi di rispettare in ogni caso i doveri deontologici e professionali. Gli elementi che destano maggiore apprensione sono la tutela della riservatezza, la correttezza sostanziale del contenuto generato dall’IA e il rispetto dei doveri di lealtà e trasparenza, nell’ottica dell’instaurazione di un solido rapporto fiduciario con il cliente. Ciò impone una attenta valutazione della piattaforma utilizzata, unitamente ad un uso corretto, attuato ad esempio rendendo anonimi i dati personali e formulando quesiti chiari e mirati. È infine imprescindibile attuare un controllo ex post sull’intero contenuto, al precipuo scopo di escludere riferimenti normativi errati o altre inesattezze che potrebbero esporre il professionista ad eventuali sanzioni disciplinari.

Tanto premesso, ad oggi i software di intelligenza artificiale che possono costituire un valido aiuto per i professionisti sono ormai molteplici. Alcuni di questi sono orientati alla ricerca e all’analisi di documenti, atti e sentenze, altri sono in grado di compilare moduli predisposti dal professionista e altri ancora di redigere in autonomia bozze di atti.

 

  1. Primi riscontri.

Un aspetto dello studio indubbiamente rilevante che si vuole evidenziare è costituito dall’analisi del mercato del lavoro americano, condotta nel periodo decorso dall’introduzione dei primi software di intelligenza artificiale ad oggi. Nei settori maggiormente esposti, infatti, dal 2022 al 2025 non si è registrata alcuna variazione del tasso di disoccupazione imputabile all’IA.

È tuttavia rilevabile un calo nei nuovi ingressi di giovani nel mondo del lavoro. Per i ragazzi di età compresa tra i 22 e i 25 anni, infatti, le probabilità di ottenere un impiego nei settori maggiormente esposti sono ad oggi inferiori del 14% rispetto al 2022, quando fu rilasciata ChatGPT. Se da un lato è astrattamente possibile che ciò sia un primo segnale di un futuro aumento del tasso di disoccupazione, ritengono tuttavia gli autori che non possa compiersi un simile giudizio prognostico sulla base dei dati disponibili al momento della ricerca. Infatti, solo la fascia 22-25 anni ha evidenziato il calo illustrato e peraltro un simile riscontro non può essere imputabile unicamente all’introduzione dei software di AI, ma potrebbe trovare fondamento anche in altre ragioni, quali ad esempio il desiderio di proseguire la propria formazione o di ricercare impieghi in altri settori.

Gli autori osservano poi che, al momento della redazione dello studio, l’effettiva influenza dell’IA sul mercato del lavoro è notevolmente ridotta rispetto a quanto solitamente viene prospettato in altre ricerche, specialmente con riguardo al potenziale teorico di simili strumenti. Come illustrato in precedenza, i limiti dei modelli, i vincoli legali, la persistente necessità di un intervento umano, la carenza di software specifici ed il poco tempo oggettivamente trascorso dalla disponibilità diffusa dell’IA sono fattori che contribuiscono ad una così ampia discrepanza tra l’utilizzo potenziale e quello effettivo dell’intelligenza artificiale nello svolgimento delle attività lavorative.

Tuttavia, occorre precisare che i dati posti a fondamento del report costituiscono esclusivamente un primo riscontro. È ragionevole ritenere, pertanto, che alla luce di tali prime evidenze sia ad ora imprevedibile stabilire con precisione quale sia il futuro dell’implementazione dell’IA nel mondo del lavoro. In ogni caso, grazie al metodo dell’observed exposure lo studio verrà periodicamente aggiornato, così garantendo una visuale chiara dell’evoluzione che le attività lavorative subiranno con il graduale incremento del ricorso a strumenti di AI.

 

  1. Gli studi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e di Federprofessioni.

A conclusioni simili, rispetto a quelle sin qui esposte, sono giunti anche altri studi. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE–OECD), nel report Job Creation and Local Economic Development 2024[3] ha individuato alcuni settori produttivi ed aree geografiche la cui esposizione all’IA risultava maggiore. Più esposti risultano dunque essere i lavoratori altamente qualificati, operanti soprattutto nei settori dell’ICT e della finanza; ciò rappresenta un’inversione di rotta rispetto alle edizioni precedenti del report, che individuavano come lavoratori più esposti quelli poco specializzati.

In un altro documento pubblicato dall’OCSE nel febbraio 2026 dal titolo Making AI Work: Why Investing in Skills Matters, l’organizzazione tenta di individuare la ragione del persistente divario tra la copertura effettiva e le potenzialità dell’IA nei settori più esposti. Da tale report si evince come ciò sia dovuto principalmente ad una carenza di lavoratori in possesso di conoscenze e di competenze specifiche necessarie per l’utilizzo dell’IA in ambito lavorativo.

Quest’ultimo studio pone in rilievo un dato essenziale e non trascurabile, con riguardo all’utilizzo dell’IA nel mondo del lavoro. Seppur vi siano segnali che consentano di ritenere che nel prossimo futuro si ricerchino ancora abilità “umane” (quali, ad esempio, l’empatia, la capacità comunicativa e di lavorare in team) è possibile che nel tempo queste abilità diventino secondarie, se non addirittura superflue. Questo evidenzia la necessità di mantenere sotto stretta osservazione il modo con cui l’IA influenza il comportamento umano e il suo modo di lavorare, non solo sul piano qualitativo ma anche sul suo modo di intrattenere rapporti personali e coltivare il proprio benessere.

Un interessante approfondimento sullo status quo in Italia è stato elaborato da Federprofessioni, un’organizzazione datoriale che rappresenta le libere professioni, nel focus L’Intelligenza Artificiale e il Futuro del Lavoro in Italia: Opportunità e Rischi. In particolare, da questo studio emerge come la regione maggiormente esposta sia il Lazio e ciò in ragione della tipologia di realtà produttive che si trovano in tale area. All’opposto la regione meno esposta è la Basilicata, le cui attività sono più difficilmente sostituibili con strumenti di intelligenza artificiale. Peraltro, proprio nei settori maggiormente esposti (quali l’ICT e la transizione ecologica) la carenza di manodopera risulta essere più marcata.

 

  1. L’IA e la magistratura italiana: l’intervento del CSM.

Nonostante le considerazioni espresse da Anthropic nel proprio report, il mondo legale risulta – da quanto emerge dalle cronache giudiziarie e dagli interventi legislativi – particolarmente esposto all’intelligenza artificiale. È noto, infatti, che il Ministero della Giustizia abbia dato avvio alla sperimentazione del software Microsoft Copilot 365 installandolo sui pc dei magistrati (togati) italiani a partire dal gennaio 2026. A tal fine, il CSM ha pubblicato le raccomandazioni per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con le quali ha sottolineato l’importanza del rispetto dei principi processuali, unitamente alla assoluta necessità di mantenere un controllo attento sul risultato generato dal software e sulla protezione dei dati. Nelle raccomandazioni è contenuto un elenco (non esaustivo) dei compiti per i quali può essere utilizzata l’IA posta a disposizione dei magistrati e pare utile in questa sede riportare, a titolo esemplificativo, alcune voci (l’elenco completo è consultabile a pagina 8 delle raccomandazioni).

  • Ricerche dottrinali: assistenza nella consultazione di banche dati e nella costruzione di stringhe di ricerca finalizzate all’individuazione di dottrina pertinente.
  • Sintesi di provvedimenti ostensibili e contributi dottrinali: creazione di abstract per la classificazione e l’archiviazione tematica di decisioni e saggi, anche in vista dell’elaborazione di banche dati giurisprudenziali interne all’ufficio.
  • Organizzazione del lavoro giudiziario: supporto nella redazione di report statistici sull’andamento dell’ufficio; analisi di conformità tra programmi di gestione e dati di registro; comparazione automatizzata di documenti; redazione di bozze di relazioni o pareri su incarichi direttivi e semidirettivi; gestione dei calendari d’udienza sulla base di carichi e scadenze.
  • Revisione linguistica e stilistica di testi: rilettura di bozze per verificarne la coerenza sintattica, ortografica e la chiarezza espositiva.
  • Catalogazione e archiviazione per materia dei quesiti ai CTU: organizzazione delle richieste per parola chiave o categoria tematica per facilitarne la consultazione e il riuso.
  • Predisposizione di calendari d’udienza: generazione automatizzata degli orari e dell’agenda sulla base dei criteri predefiniti e dei carichi di lavoro.
  • Traduzione assistita: uso dell’IA per traduzioni preliminari di testi giuridici, da sottoporre sempre a verifica umana.

Pur trattandosi di una sperimentazione, è evidente che l’obiettivo finale sia quello di giungere ad una integrazione degli strumenti che i magistrati già utilizzano (quali ad esempio i programmi per la redazione degli atti) con i nuovi software di IA, ben lungi, tuttavia, dal perseguire una “sostituzione” del giudice. E a ben vedere non potrebbe che essere così, stante il quadro legislativo elaborato sia a livello europeo che nazionale, rispettivamente tramite l’AI Act (reg. UE. 2024/1689) e la l. 23 settembre 2025, n. 132.

Occorre peraltro tenere conte che ai sensi dell’AI Act, “i sistemi di IA destinati a essere utilizzati […] per assistere un’autorità giudiziaria nella ricerca e nell’interpretazione dei fatti e del diritto e nell’applicazione della legge a una serie concreta di fatti” sono da considerarsi sistemi ad alto rischio[4].

 

  1. Intelligenza artificiale e filosofi

Nonostante quanto sin qui illustrato, il primo “cambiamento” vero e proprio generato dall’IA nel mondo del lavoro ha lasciato sgomenti. Infatti, la figura professionale maggiormente ricercata oggi dalle AI companies è quella del filosofo.

È certamente intuitivo che qualsiasi forma algoritmica dotata di capacità assimilabili al pensiero umano debba essere guidata da un codice valoriale e tuttavia l’etica, la morale e i valori sono aspetti propri esclusivamente della mente umana.

Con ciò non significa che l’IA non possa assumere delle decisioni orientate nella medesima direzione di un determinato quadro valoriale, ma proprio in tal senso – ci si è resi conto – deve essere compiuto uno sforzo maggiore.

La figura del filosofo è necessaria per “insegnare” all’IA i sentimenti umani.

È infatti necessario prevenire alcuni scenari ipotizzati dagli esperti[5] e per farlo occorre sviluppare i software di IA avvalendosi, come si è anticipato, di una figura professionale agli antipodi rispetto alla tecnologia.

Una precisazione doverosa, il ricorso ai filosofi non è volto a dotare le AI di propri sentimenti. Esso, infatti, è necessario perché solo “comprendendo” aspetti esclusivamente umani i prodotti delle AI companies possono essere maggiormente efficienti (si pensi ad esempio ad un programma che venga utilizzato nel processo di selezione del personale).

Deve pertanto essere dato ampio spazio (anche professionalmente) non solo a chi sappia programmare l’intelligenza artificiale, ma anche (e forse soprattutto) a chi la addestra, scegliendo, come si è detto, anche figure che abbiano una formazione tutt’altro che scientifica.

Peraltro, la contrapposizione tra filosofia e scienza, tra umanità e tecnologia, oggi pare assolutamente anacronistica, come dimostra l’Università la Sapienza di Roma che (da diversi anni ormai) offre ai propri studenti il corso di laurea triennale “Filosofia e intelligenza artificiale”.

In altre parole, nemmeno quest’ultima rivoluzione tecnologica può prescindere davvero dalla filosofia, che ancora una volta, così come già è accaduto in passato, dimostra quanto essa sia centrale nella vita dell’uomo.

Nondimeno, proprio quelle profonde crisi nel corso delle quali la filosofia è stata considerata spacciata sono state al contrario le spinte evolutive che hanno portato alla nascita di nuove correnti e dottrine (si pensi alla crisi del positivismo da cui nacquero pensieri quali quelli di Nietzsche e Freud).

 

  1. Conclusioni.

In conclusione, è indubbio che l’impatto che l’intelligenza artificiale ha (e avrà) sul mondo del lavoro non sia trascurabile, ciononostante si impongono alcune considerazioni. Come ampiamente illustrato, lo status quo dell’IA nel mercato del lavoro globale è significativamente lontano rispetto alle potenzialità teoriche, di conseguenza è ragionevole ritenere che i tempi necessari per un impiego maggiore di tale tecnologia siano più dilatati rispetto a quanto inizialmente ci si attendesse.

È poi evidente come occorra ridimensionare il ruolo che nel concreto – anche nei settori maggiormente esposti – avrà l’intelligenza artificiale. I recenti interventi normativi, infatti, hanno inteso sposare una visione umano-centrica dell’IA, che conseguentemente assume un ruolo gregario del lavoratore, che in certi ambiti fortemente a rischio non può essere sostituito (ne è un esempio il magistrato).

Infine, non si può ignorare il fatto che l’introduzione di una simile tecnologia richiede – o forse impone – che vi siano lavoratori formati al precipuo scopo di gestirla, di monitorarla e di integrarla correttamente nei processi produttivi, nonché di formare chi sia chiamato ad utilizzarla. Quindi, per quanto sia verosimile che in futuro alcune mansioni non saranno più svolte dall’uomo, allo stesso tempo è ragionevole ritenere che tale carenza occupazionale sarà colmata dalle nuove opportunità lavorative che si verranno a creare.

 

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[1] A tale scopo, la copertura viene misurata ponderando anche il ruolo che l’IA può avere, se per alcune professioni è infatti possibile che l’IA operi con modalità automatizzate, per altre l’utilizzo di simili strumenti può avvenire esclusivamente a scopo assistenziale.

[2] Un LLM è uno specifico modello di IA. In particolare, gli LLM sono “reti neurali” (cioè programmi che durante la fase di addestramento imparano a compiere previsioni e selezionare output) addestrati su grandi quantità testuali, capaci di comprendere e generare un linguaggio naturale. Tali modelli sono quindi in grado di eseguire vari compiti, come ad esempio rispondere alle domande, effettuare traduzioni o generare dei riassunti. È il modello posto alla base di molte applicazioni di AI basate sul linguaggio e largamente utilizzate (Claude, Gemini, GPT…)

[3] Lo studio si colloca all’interno di un progetto di ricerca più ampio che si protrae dal 2014 e viene aggiornato periodicamente (circa ogni due anni).

[4] Vd. Art. 6 Reg. (UE) 2024/1689 Art. e All. III a medesimo regolamento.

[5] Sul tema si rimanda a AI 2027 – Un’analisi sugli scenari e sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulla vita umana in vista della Superhuman AI, in questa Rivista, 2 aprile 2026

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