Giuseppe De Rita è un grande sociologo (che non ha mai ambito ad una cattedra universitaria), prima allo SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria del Mezzogiorno) e poi (co-fondatore con Pietro Longo e Gino Martìnoli) guida e anima del CENSIS  (Centro studi investimenti sociali) i cui Rapporti annuali (giunti nel 2025 alla 59esima edizione)  sono stati – per decenni – fotografia ricca di fermo-immagini del Paese e – insieme – pagine di incomparabili interpretazioni della situazione aggiornata e delle evoluzioni di una società in continua trasformazione, lasciandoci in eredità espressioni linguistiche ricche di metafore e suggestioni sempre nuove e sorprendenti.

Presidente del CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) dal 1989 al 2000, è sempre stato un indiscutibile riferimento di altissimo livello e prestigio per tutti coloro che dal secondo dopoguerra ad oggi si sono cimentati nello studio delle linee di sviluppo della società italiana, sempre attento ad una dimensione comparativa delle sue dinamiche e delle conseguenti derive a livello internazionale. In occasione del compimento dei suoi settanta anni di ricerca sociale, i collaboratori del CENSIS hanno voluto dedicargli un saggio intitolato «I sette sigilli del canone deritiano», presentato il 17 febbraio 2026 presso l’Accademia nazionale di S. Luca a Roma. Un testo colmo di gratitudine e fedelmente descrittivo delle caratteristiche personologiche e professionali dell’uomo, il più ispirato interprete delle derive sociali, economiche e culturali dell’Italia del secondo dopoguerra

In questa intervista – appositamente ritagliata per questa Rivista – ho posto al Presidente De Rita alcune domande sullo stato attuale della società italiana, considerando le più recenti derive, nel 60° anno di redazione dell’annuale Rapporto CENSIS. Il Presidente mi ha sempre onorato di una considerazione che certamente non merito e non posso dimenticare l’intenso scambio epistolare che ha mantenuto vivo il nostro rapporto personale, ricordando con memore gratitudine (uso una espressione che ho imparato da Lui) la lunga prefazione che ha scritto per un mio libro sulla scuola. Questo è anche un doveroso omaggio all’uomo di cultura, al finissimo osservatore sociale e alla sua straordinaria sensibilità umana. Il minimo che gli deve uno come me, cresciuto a «pane e De Rita».

Francesco Provinciali

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Presidente De Rita, siamo nell’anno del 60° Rapporto CENSIS sullo stato della società italiana (e nel 70° della Sua attività di lavoro sul tema dello sviluppo, a partire dallo SVIMEZ). Un traguardo significativo per l’Istituto e un riferimento di assoluto e incomparabile rilievo per chi voglia conoscere questo lungo excursus storico che ci consegna un racconto puntuale – suffragato da dati statistici a sostegno delle interpretazioni – che descrive l’evoluzione del Paese e dei suoi abitanti, anche negli aspetti più reconditi e nascosti. Di questa lunga narrazione mi colpiscono tre cose: il Suo personale, tenace continuismo di osservatore, lo scandaglio sociale ‘dappertutto e rasoterra’ anche del sommerso e la consapevolezza (acquisita in decenni di ricerca e descrizione) del principio dell’autopropulsione sociale, in base alla quale la crescita non è il frutto di processi e soggetti esterni ma nasce dal basso, dall’intima vitalità di ogni società. Se ne ho ben inteso il significato le chiedo di approfondire per i nostri lettori questi tre aspetti.

Quel che Lei chiama il mio “tenace continuismo di osservatore” ha una storia antica, e non viene da opzioni personali, viene da qualcuno e qualcosa “prima di me”. Viene cioè dalla mia fedeltà a due grandi personaggi della cultura socioeconomica del Novecento: l’italiano Giorgio Sebregondi e il domenicano francese Josè Lebret.

Del primo mi resta dentro il convincimento che la cultura è realtà, non viene cioè dai libri ma dall’attenzione costante sulle concrete dinamiche economiche e sociali. E questa scelta a lavorare sui fenomeni che rende continuativo e progressivo il mio lavoro, mi fa “continuista”, con tutti i pregi (e qualche difetto) del caso.

Del Padre Lebret (universalmente conosciuto come ispiratore della Populorum Progressio di Paolo VI (senza dubbio la più bella enciclica del Novecento) mi rimane una lezione quasi di metodologia della ricerca: con uno schema di ricerca molto rigido, centrato su tre momenti: fare anzitutto autocoscienza dei soggetti in campo; controllare l’autodominio del loro apparato decisionale; e tentare in seguito la loro autopropulsione. Ecco io, da quando lavoro, faccio sempre una verifica che cosa significhi (per una azienda come per una comunità locale) fare autocoscienza, fare autodominio, fare autopropulsione.

Come facilmente capirà applico il mio continuismo a far crescere in ogni soggetto su tale triade. L’ho fatto per decine di realtà aziendali, settoriali, locali; e talvolta lo faccio per l’Italia nel suo complesso, ed anche il prodotto Censis più conosciuto, cioè il Rapporto Annuale, nasce dall’idea di far nascere e crescere una autocoscienza collettiva del Paese. Seguo Lebret.

 

Colgo nella crescita della società italiana due derive contrapposte: l’attaccamento alle tradizioni, alla cultura ereditata e trasmessa ai figli, quella specificità che crea identità e radicamento a cui diamo il nome di genius loci da un lato e la tendenza all’innovazione, la spinta alla globalizzazione, l’alternanza generazionale, il melting pot culturale che crea mucillagine e poltiglia sociale dall’altro. Sono due derive ancora compresenti o stiamo per imboccare – per molti fattori – una strada di cambiamento radicale? Questo sarà un secolo di grandi migrazioni che ci riguarderanno….e ciò crea ansie e timori, oltre i doveri di solidarietà….

Io sono un grande cultore della tradizione, delle derive storiche, degli assi di progressione della nostra società. Anzi, più vado avanti e più mi rendo conto che abbiamo bisogno di rispettare e valorizzare il “prima di noi”. Non è un adeguarsi nella nostalgia del passato, è la responsabile accettazione che lo sviluppo di una società, la sua faticosa autopropulsione, viene dalle radici della sua struttura interna. E quelle radici vanno capite e messe in evidenza, rispettando la loro complessità, al limite anche le loro contraddizioni.

In effetti non mi sono mai scandalizzato che nell’evoluzione italiana ci siano derive contrapposte di tradizione e di innovazione, anzi ho sempre visto in tale contrapposizione l’energia profonda della vitalità italiana. Lei sa quanto io sia debitore a Giulio Bollati nell’analisi della realtà sociale e forse si ricorderà che il suo grande libro, l’Italiano, ha come sottotitolo «Il carattere nazionale come storia e come innovazione». Non ho mai saputo scrivere di meglio.

 

Cetomedizzazione come tendenza aggregativa del corpo sociale verso un’area estesa di benessere e ascensore sociale come potenziale strumento di riscatto di status, sono due metafore vincenti di matrice CENSIS.  Ma cetomedizzazione non significa più solo borghesia mentre l’ascensore sociale è spesso fermo al piano terra. Nel concetto di autopropulsione come spinta dal basso quanto hanno contato e quanto contano ancora queste leve di crescita individuale e sociale?

La scoperta e la descrizione del processo di cetomedizzazione sono stati due miei grandi campi di lavoro negli anni ’70, contro la sopravvalutazione che dal ’68 in poi si dava alla alta cultura di classe ed alla carica rivoluzionaria della classe operaia.

Certo il rischio era duplice: quello di esaltare un ceto medio pericolosamente vicino a quella “piccola borghesia” che Pasolini riteneva il grande tumore italiano; e quello di esaltare un collateralismo corporativo in cui ben si riconosceva l’ispirazione del partito democristiano. Ma conoscevo il rischio e riuscimmo a convincere un po’ tutti che il vero motore di crescita economica e sociale veniva proprio dalla cetomedizzazione, forse la più esplicita carica di autopropulsione della nostra storia.

Oggi queste riflessioni mi interessano meno perché è evidente che siamo in presenza non di un singolo processo (l’ascensore sociale del ceto medio) ma di una realtà complessa ed omogenea, la presenza cioè di una “società cetomedista” con propri valori, comportamenti, scelte, paure e speranze. E tutti dobbiamo fare i conti con la invisibile unitaria vitalità di tale società.

 

L’ISTAT segnala due fenomeni complementari: una sacca di povertà assoluta nella popolazione italiana e un’area ad essa prodromica di emarginazione e di disagio sociale.  So che Lei non indulge volentieri alla commiserazione perché più attento alle volontà di riscatto, tuttavia le chiedo chi sono i nuovi poveri e in quali territori e aree del Paese essi abitano.

Io non mi trovo a mio agio quando sento parlare di povertà assoluta, forse perché avendo cominciato a lavorare negli anni ’50 di povertà drammatica ne ho vista tanta nelle mie ricerche di campo: nelle campagne venete come nei paesini dell’Aspromonte, chiusi nel loro nero e sommerso silenzio, come nella stessa periferia romana (il Borghetto latino e il Borghetto Prenestino, addirittura con le fogna in superficie).

Non riesco quindi ad indignarmi quando si parla di povertà, addirittura in crescita; certo ne trovo traccia nel grande mondo dei migranti, ma la loro ambizione è quella di una più banale accettazione ed inclusione. Sarò magari un “egoista bianco”, ma in fondo la povertà più drammatica che conosco è quella della povertà immateriale (di solitudine, di mancanza di senso, di facile scivolone verso la violenza) che si riscontra nelle aree più economicamente sviluppate. E me lo confermano le cronache, anche giudiziarie, di alcuni luoghi ad alto livello economico.

 

La violenza pare essere un fenomeno emergenziale specie tra i giovani e i giovanissimi. Essa rappresenta una delle paure prevalenti nella società contemporanea ma si tratta di una deriva che riguarda tutti i Paesi del mondo, a cominciare dalla più importante democrazia occidentale. Le cause sono molteplici ma certe forme di ribellione (il Prof. Andreoli parla di violenza che diventa distruzione) non sono forse riconducibili agli aspetti deteriori di una società opulenta, libertaria e trasgressiva, dove saltano ad uno ad uno regole e limiti? Le statistiche riferiscono di un fenomeno in calo ma nell’immaginario collettivo cresce l’idea di una criminalità diffusa. Cosa ci può dire in proposito?

Le ho già detto che sono molto preoccupato della violenza che serpeggia in alcune realtà sociali del Paese, specie nelle fasce giovanili, anche se mi sembrano sopravvalutate sia la paura per la criminalità diffusa che la voglia di una sempre più stringente sicurezza pubblica. Le confesso anche che non mi convince la prevalente tendenza a ricondurre la violenza “agli aspetti deteriori di una società opulenta, libertaria e trasgressiva dove saltano le “regole ed i limiti” (uso le Sue parole). Certo non mi piacciono le esagerazioni libertarie che pullulano nelle lotte di genere, ma di fatto penso necessario dare più attenzione ad un fattore poco pubblicamente analizzato: il rancore come fenomeno diffuso.

Se si guarda intorno troverà che una gran parte della violenza ha una radice di rancore. Cosa è il rancore? Lo spiegava il grande Renè Girard quando diceva che “il rancore è il lutto di quel che non è stato” e di fatto le violenze più gravi vengono dal rancore di chi ha visto svanire qualcosa in cui credeva profondamente e ne vive il lutto spesso rabbioso. Vale per due coniugi che si ricambiano il rancore per un matrimonio andato male; vale per due soci in aziende che vedono incrinarsi la loro unitaria solidarietà; vale per gli sconfitti nella corsa alla carriera aziendale o burocratica; vale per la rottura di un’amicizia personale e di gruppo. Se andate a guardare dentro molti episodi di violenza interpersonale (magari un femminicidio) trovate sempre una radice di rancore alimentato fino alla violenza.

 

In un celebre editoriale del 2013 – rimasto attualissimo – Antonio Polito scriveva su tre mali italiani: corruzione dilagante, politica declinante e giustizia debordante. Gli italiani mi pare che fatichino soprattutto in questa fase a realizzare una distinzione tra desiderio di una giustizia “giusta” e percezione di una giustizia “malata”. Cronaca e vicende giudiziarie ne riferiscono quasi ogni giorno. Come possiamo inquadrare il rapporto tra colpa, giudizio ed espiazione della pena? Nessuno tocchi Caino ma ad Abele ci pensa qualcuno?

Antonio Polito scrive sempre, anche oggi, cose acute ed attualissime, ma vorrei andare oltre la sua “giustizia debordante”, il problema non è infatti quello della distanza fra giustizia giusta e giustizia malata, non è quello che oggi l’esercizio della giustizia è condizionata non dall’esterno (cioè dalle colpe e dalle paure della gente); ma è condizionata dall’interno, cioè dalla mancanza di equilibrio fra i propri operatori. L’apparato giudiziario vive di una sottile onnipotenza che alla fine privilegia non le relazioni esterne, ma quelle interne, quelle che incidono sul potere interno agli operatori giudiziari. In fondo il mestiere del magistrato è quello più autoreferente che esista e capita allora che la dinamica giudiziaria veda in conflitto i suoi protagonisti, tanto che si è arrivati ad accuse di tipo circolare, tutte a stampo individuale. Altro che giustizia giusta, qui c’è da tornare ad una giustizia che non sia alla mercè degli operatori della macchina.

 

Recentemente il CENSIS ha presentato i risultati di una importante ricerca sull’essere genitori oggi. Come è cambiata la famiglia italiana, quali le ansie, i problemi, le preoccupazioni? Avere più figli un tempo era un fatto normale, specie nel matrimonio. Oggi mettere al mondo un figlio comporta una sorta di progetto che tiene conto di rischi, difficoltà, della paura di non farcela e le coppie vanno alla ricerca di counseling psicologico di sostegno alla genitorialità. Ribaltando la prospettiva posso chiederle quanto è difficile essere bambini oggi? La compianta Maria Rita Parsi mi tirava le orecchie quando esprimevo questa preoccupazione….

Le confesso che non mi piace parlare di famiglia, di matrimonio, di figli più o meno bambini. Si dice sempre che vale l’esempio e non la lezione, ed io il mio esempio l’ho dato tutto con un felice matrimonio, otto figli, quindici nipoti e tre pronipotine; ma non mi sembra che ci sia in giro tanta voglia di seguirlo, questo mio esempio.

Se devo scendere dal palco dell’esempio, devo confessare che la attuale valanga di ricerche, testi, commissioni di studio, progetti d’intervento, non mi convince e non mi coinvolge, ci trovo troppa genericità di approccio.

Se dovessi proprio essere costretto a parlare, allora ripeterei su quel che da anni vado ripetendo, anche alla sequela di M. Recalcati: cioè che il punto decisivo per tutta la tematica è quello della “caduta del desiderio”. Se non ricordo male proprio in un Rapporto Censis di oltre dieci anni fa scrivevo che la società italiana vede una caduta radicale del desiderio: di amare, di figli, di casa, di relazioni umane. Il soggettivismo ha vinto la sua battaglia e ciascuno finisce per bastare a se stesso; anche quello che aspira ad andare oltre (il mondo SOGT +) è mondo che è tranquillamente appagato.

Pensi ad un normale giovane quindicenne di fatto non desidera nulla (forse un nuovo telefonino) perché di fatto ha tutto; e che quindi non sente nel profondo di sé un desiderio di moglie e figli, con relativa casa. Se non si risveglia il desiderio psichico e fisico, non c’è spazio per comportamenti di responsabilità e di investimento sul futuro.

 

Nonostante il suo innato ottimismo so che Lei non ama l’enfasi sulle grandi transizioni: ecologica, economica, capitalistica, digitale. Preferisce ancora credere nelle evoluzioni “lente e partecipate”? In genere la gente diffida dal nuovismo imposto dall’alto ma qualche cosa sta cambiando la nostra umanità, ed anche velocemente. Cosa ci può dire al riguardo?

Io amo le transizioni ma ho molti sospetti quando le vedo tradotte in politiche di transizione.

Mi spiego: non posso negare che tutte le società moderne stiano attraversando sostanziali transizioni, da quella energetica a quella ecologica a quella digitale. Ma non mi piace quando “in alto” (in programmi nazionali o in superprogrammazioni multinazionali) si stabiliscono politiche e programmi di transizione settoriale. E’ avvenuto negli ultimi anni in Europa, dove la Commissione ha voluto darsi una identità (strutturale e complessiva) lanciando linee di innovazione tecnologica, ecologica, digitale, climatica. Vasto programma, si sarebbe detto una volta, ma un po’ troppo estraneo alla normale, quotidiana evoluzione delle diverse realtà nazionali.

Ci si è trovati allora di fronte a contesti di interessi (e non solo privati) che hanno impedito l’ordinato svolgersi delle politiche di transizione (si pensi solo al non marginale caso dello sviluppo del motore elettivo nel trasporto automobilistico); e che hanno lasciato il campo a “evoluzioni lente e partecipate” come dice Lei.

Resto quindi perplesso di fronte alle politiche di transizione impostate dalla Comunità Europea, anche se mi rendo conto che si tratta di un coraggioso tentativo di “fare politica” e di non restare nella logica di “autorità di regolazione” che in fondo stava alla base del Trattato di Roma. Fermo restando che, quando si scende a livello nazionale, noi italiani dovremmo sempre ricordarci di ogni transizione, come ogni processo e fenomeno reale, comincia raso terra.

 

Viviamo forse la fase preistorica dell’avvento dell’I.A. nella nostra  vita. C’è chi vi coglie segnali di grandi opportunità (soprattutto in campo scientifico e medico) e c’è invece chi teme un declino del pensiero critico, una perdita di creatività, un declino di identità. Eppure Papa Leone XIV dedica la sua prima Enciclica a questo tema. So che Lei predilige l’intelligenza naturale ma come valuta questa diffusione dell’I.A. nella nostra vita quotidiana? E che impatto si prefigura?

Non si offenda se resisto con forza alla Sua provocazione di parlare di intelligenza artificiale. Se ne parla troppo e con toni che di solito non mi sembrano concreti e realistici; forse ancora una volta siamo abbagliati da una suggestione di radicale novità nella nostra vita, dicendoci tutti insieme che “non saremo più come prima”.

Nella mia lunga vita di ricercatore non è la prima vota che sento questa previsione che “non saremo più come prima”; e quindi mi rimetto alla mia crudele considerazione che dopo tante sfide epocali, noi restiamo sempre quelli di prima, segno che la realtà è più forte delle nostre previsioni. Di “bolle” ne ho viste tante (l’industrializzazione, la finanziarizzazione, la globalizzazione, l’informatica, ecc.) e resto prudente di fronte alla possibilità che anche per l’I.A. si possa trattare di una nuova “bolla”. Ma non sghignazzo in nome della mia intelligenza naturale; so bene che l’I.A. è destinata ad essere una grande protagonista delle prossime stagioni di innovazione aziendale, di gestione ed elaborazione dei dati, di crescita delle piattaforme, di revisione del personale e delle relative competenze. Sono convinto che essa entrerà in ogni processo di vita quotidiana. Ma è lì che andrà valutata e guidata, senza “santificazione” immediata.

 

Mi consenta un’ultima domanda molto personale. Viviamo sommersi in un mondo chiassoso, rincitrulliti da parole, affabulazioni collettive, social dilaganti, tecnologie pervasive: quanto conta il silenzio nella Sua vita, Presidente?

Malgrado le apparenze (faccio vita pubblica da 70 anni) io sono uomo di silenzio, spesso fortemente voluto, se penso a quanto ho resistito a dire la mia nelle vicende più strampalate che ho attraversato. Devo dire che ho sempre considerato il chiasso della comunicazione, della cronaca, dell’opinionismo, il vero nemico del mio lavoro di ricerca e del mio ruolo di interprete del sociale.

Ma non mi batto contro il chiasso, ne prescindo: sia in termini professionali sia e soprattutto nella mia vita privata, perché ho bisogno di silenzio per guardare la realtà circostante.

Scriveva Mario Luzi «Mi vede Siena» per esprimere quel senso di misteriosa reciprocità che c’è fra chi guarda e chi è guardato; ed anch’io da 65 anni cerco il massimo del silenzio guardando, da casa mia il versante Brenva del Monte Bianco. Resto lì per ore, e so che nel silenzio «mi vede il Bianco»; ed è il silenzio più fondo che io sperimento. Poi torno a Roma, meno immerso nella grande montagna, ma determinato a privilegiare l’ascolto e la decifrazione del rapporto di reciprocità fra musica e silenzio.

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